Come l'Iran ha sorpreso gli Stati Uniti con la sua risposta militare

Droni a basso costo, intelligence capillare e lezioni apprese dalla Russia: Il Financial Times spiega come Teheran abbia colpito basi, ambasciate e radar americani in tutto il Golfo, rivelando falle nella pianificazione di Washington.

Come l'Iran ha sorpreso gli Stati Uniti con la sua risposta militare

L’Iran ha fatto molto più di quanto gli Stati Uniti si aspettassero. A quasi due settimane dall’inizio dell’offensiva lanciata da Washington e Israele, Teheran ha allargato il conflitto all’intero Golfo Persico, colpendo obiettivi che gli strateghi militari americani ritenevano relativamente al sicuro e mettendo sotto pressione il più grande dispiegamento militare statunitense nella regione dai tempi dell’invasione dell’Iraq del 2003. "Non posso dire che avessimo necessariamente previsto che avrebbero reagito esattamente così, ma sapevamo che era una possibilità", ha ammesso questa settimana persino il Segretario alla Difesa Pete Hegseth.

La cautela della frase rivela più di quanto dica apertamente: Washington aveva messo in conto una reazione iraniana, ma non ne aveva colto pienamente la portata né la rapidità con cui Teheran avrebbe trasformato il confronto in una crisi regionale. Ex funzionari ed esperti militari hanno spiegato al Financial Times che Teheran ha sfruttato una combinazione di fattori: intelligence dettagliata sulle basi americane, immagini satellitari commerciali, lezioni apprese dalla guerra in Ucraina e soprattutto la vicinanza geografica ai bersagli.

L'importanza della prossimità geografica

La prossimità è il fattore decisivo. I missili a corto raggio e i droni iraniani raggiungono infatti i bersagli nel Golfo in pochi minuti, un tempo insufficiente per attivare le difese. Dana Stroul, ex vice assistente segretario alla Difesa per il Medio Oriente, ha spiegato al Financial Times che l'Iran ha potuto anche contare su una estesa rete di intelligence negli Stati del Golfo: il Qatar, solo la settimana scorsa, ha annunciato l'arresto di 10 persone appartenenti a due cellule legate ai Guardiani della rivoluzione. A questo si aggiunge la disponibilità di immagini satellitari commerciali e, secondo Stroul, le informazioni ricevute da Russia e Cina.

I numeri danno la misura della risposta. Le forze iraniane hanno lanciato più di tremila tra missili e droni contro gli Stati alleati degli americani nel Golfo ed altre centinaia contro Israele. Tra i bersagli colpiti ci sono le ambasciate americane a Riyadh e Kuwait City, basi militari in tutta la regione, aeroporti, raffinerie, porti, un impianto di desalinizzazione e infrastrutture civili come data center, hotel e persino edifici residenziali.

Accecare i sistemi di sorveglianza

L'obiettivo iniziale di Teheran sembra essere stato quello di accecare i sistemi di sorveglianza americani. Secondo Yuri Lyamin, analista del Centro per l'Analisi delle Strategie e delle Tecnologie di Mosca, i primi attacchi miravano proprio a "distruggere vari radar" per ridurre la capacità di reazione delle forze americane e dei loro alleati. Per questo motivo, già nei primi giorni del conflitto, i droni Shahed hanno colpito diverse installazioni: un radar americano AN/TPY-2 in Giordania è stato distrutto, un grande radar AN/FPS-132 in Qatar è stato danneggiato.

Le immagini satellitari della base Prince Sultan hanno mostrato danni al radar di allerta precoce di una batteria Thaad, il sistema antimissile più sofisticato nell'arsenale americano. Ma anche un impianto di comunicazioni satellitari vicino al quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein è stato colpito in un attacco documentato da un video ampiamente diffuso, sebbene una persona che aveva prestato servizio nel sito abbia precisato che l'installazione era già stata dismessa.

La minaccia dei droni Shahed

Al centro degli attacchi iraniani ci sono i micidiali droni Shahed a elica, macchine da guerra a basso costo alimentate da motori da motocicletta, con testate da 25-50 chilogrammi, costruite in alcuni casi con polistirolo espanso. Costano una frazione dei missili usati per intercettarli, e possono essere lanciati da rampe montate su pick-up che si spostano in pochi minuti, diventando così molto difficili da distruggere a terra. A differenza dei missili balistici, volano a bassa quota senza seguire traiettorie prevedibili: gli analisti sostengono che possono volare radenti alla superficie del Golfo, riducendo drasticamente la visibilità radar.

Kate Bondar, autrice di uno studio sulla guerra dei droni iraniani per il Center for Strategic and International Studies, ha dichiarato al Financial Times che le difese aeree americane non sono state concepite per questa minaccia. La velocità relativamente bassa e la ridotta traccia radar dei droni li rendono difficili da distinguere da aerei civili o persino da uccelli. Bondar ha aggiunto che gli strateghi americani sembrano aver sottovalutato il pericolo di questo tipo di droni, nonostante la Russia impieghi droni analoghi nella guerra in Ucraina: "Sembrano aver supposto che fosse qualcosa di unico del campo di battaglia ucraino".

L'Iran ha anche appreso dalla Russia a lanciare droni verso lo stesso bersaglio lungo traiettorie diverse anziché in formazioni compatte, una tattica che complica ulteriormente la loro intercettazione. Secondo Fabian Hoffman, esperto di guerra missilistica dell'Università di Oslo, alcuni droni iraniani sembrano incorporare anche la tecnologia russa anti-disturbo. Un drone Shahed lanciato contro la base britannica di Akrotiri a Cipro il 1 marzo trasportava un ricevitore di segnale russo Kometa-M, secondo gli analisti, sebbene le autorità britanniche abbiano dichiarato che l'indagine è ancora in corso.

Rischio guerra di logoramento

Gli Stati del Golfo si affidano a jet da combattimento e a sistemi di difesa americani come i missili intercettori Patriot per fermare gli Shahed, ma il rischio di una guerra di logoramento è concreto: le scorte di intercettori, molto più costosi dei droni che devono abbattere, potrebbero esaurirsi con l'andare del tempo. Robert Tollast, del Royal United Services Institute, ha osservato al Financial Times che non dovrebbe sorprendere nessuno il fatto che bersagli statici di grandi dimensioni, come i siti radar fissi, fossero vulnerabili agli attacchi di droni.

L'Ucraina è ora in trattative con gli Stati Uniti e diversi Paesi del Golfo per replicare nella regione la propria rete di rilevamento acustico che le permette di contrastare in maniera più efficace gli stormi di droni russi. Il disturbo elettronico dei segnali di navigazione satellitare, impiegato con successo in Ucraina, è stato usato solo in modo selettivo nel Golfo perché rischia di interferire con l'aviazione civile e le infrastrutture commerciali, ha spiegato Tollast, ma ha aggiunto che l'efficacia dei droni iraniani diminuirà man mano che verranno costruite difese più solide.

Non tutto l'arsenale iraniano è stato ancora impiegato. Dal conflitto è assente il Qassem Basir, un missile ipersonico a guida ottica di cui l'Iran possiede un numero limitato di esemplari, e dello Shahed-238, un drone a reazione che vola a 550 km orari, quasi tre volte la velocità dello Shahed-136 a elica. Un solo esemplare è stato intercettato la settimana scorsa dalla difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti. Israele sostiene di aver neutralizzato circa due terzi dei lanciamissili iraniani, ma il volume e la cadenza di fuoco, pur in calo rispetto ai primi giorni, non si sono arrestati. Il quadro che emerge, a quasi due settimane dall'inizio del conflitto, è quindi quello di un avversario che ha saputo sfruttare ogni vantaggio a sua disposizione, dalla geografia all'intelligence, dalla tecnologia a basso costo alle lezioni apprese in Ucraina, cogliendo Washington in parte impreparata.

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