Come l'intelligenza artificiale viene usata nella guerra contro l'Iran
Usa e Israele usano l'AI per raccogliere informazioni, scegliere i bersagli e valutare i danni in tempi impossibili fino a poco fa.
La guerra contro l'Iran si combatte anche con l'intelligenza artificiale. Secondo il Wall Street Journal, gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele si stanno svolgendo con una velocità e una precisione senza precedenti grazie all'uso massiccio di strumenti AI, applicati in ogni fase delle operazioni militari: dalla raccolta di informazioni alla scelta dei bersagli, dalla pianificazione delle missioni alla valutazione dei danni dopo i bombardamenti.
Prima ancora che i caccia israeliani lanciassero i missili balistici che hanno ucciso la settimana scorsa il leader supremo iraniano Ali Khamenei nella sua residenza, i servizi di intelligence di Israele monitoravano da anni le telecamere del traffico di Teheran e intercettavano le comunicazioni dei funzionari più importanti del regime. Un lavoro enorme, reso possibile proprio dall'AI, capace di setacciare quantità di dati che nessun analista umano potrebbe elaborare in tempi utili.
Il colonnello israeliano Yishai Kohn, responsabile della pianificazione, dell'economia e dell'informatica presso il ministero della difesa, ha spiegato al Wall Street Journal qual è il contributo più immediato di questa tecnologia: "Il maggiore impatto dell'AI è nell'intelligence. Molte possibili missioni non sono mai avvenute semplicemente perché non c'era abbastanza personale per analizzare le informazioni vitali". Gli analisti umani, secondo ufficiali americani che hanno lavorato nel settore, riescono a esaminare al massimo il 4% del materiale di intelligence raccolto. L'AI colma questa lacuna, identificando bersagli, riconoscendo modelli specifici di veicoli o aerei e riassumendo conversazioni intercettate.
L'impatto è misurabile. L'18° Corpo aviotrasportato dell'esercito americano, usando software dell'azienda Palantir Technologies in una serie di esercitazioni chiamate Scarlet Dragon, ha eguagliato il proprio record come operazione di targeting più efficiente della storia militare americana. Lo ha fatto con soli 20 operatori, contro i più di 2.000 impiegati durante le operazioni in Iraq. Lo riferisce Emelia Probasco, ricercatrice senior al Center for Security and Emerging Technology della Georgetown University.
Dalla raccolta delle informazioni alla pianificazione, il salto è altrettanto netto. In passato, definire i contorni di un'operazione richiedeva settimane: specialisti di intelligence, comandanti, esperti di armamenti e logistica si riunivano in sessioni anche di quaranta persone, compilando raccoglitori pieni di documenti. Oggi, secondo i vertici militari, l'AI può svolgere lo stesso lavoro in pochi giorni, gestendo in tempo reale le ripercussioni a cascata di ogni singola modifica al piano. Se un bersaglio viene spostato più lontano, per esempio, cambia il tipo di aereo da usare, il carburante necessario, i turni degli equipaggi: aggiornamenti che prima erano lenti e spesso soggettivi, ora vengono elaborati quasi istantaneamente.
Gli Stati Uniti dichiarano di aver colpito più di 3.000 obiettivi in Iran dall'inizio degli attacchi sabato scorso, usando droni lanciati da navi, caccia F-22 decollati da Israele e bombardieri stealth B-2 partiti dagli Stati Uniti. Una complessità logistica che l'AI aiuta a gestire, anche se, come sottolineano gli esperti, i suoi limiti restano significativi.
Il Wall Street Journal ha riferito che gli investigatori militari americani ritengono probabile che le forze statunitensi siano responsabili di un attacco nel primo giorno di guerra che ha ucciso decine di bambini in una scuola elementare femminile in Iran. Un episodio che ricorda quanto il costo degli errori in questo settore rimanga altissimo, nonostante gli strumenti tecnologici a disposizione.
L'uso militare dell'AI non è una novità assoluta. Il Pentagono ci lavora da anni, e ha tratto lezioni dai conflitti recenti: l'Ucraina, con l'aiuto americano, ricorre sempre più all'AI nella guerra contro la Russia, e Israele la usa almeno dall'attacco di Hamas dell'ottobre 2023. Il generale in pensione Jack Shanahan, primo responsabile dell'AI presso il Pentagono, ha dichiarato al Wall Street Journal che costruire sistemi di intelligenza artificiale per uso militare è difficile anche per ragioni tecniche di base: "Il Dipartimento della difesa è nato come un'azienda manifatturiera nell'era industriale, e ha faticato a diventare un'azienda digitale in un'era dominata dal software". Tra i problemi principali, i dati disponibili per addestrare i modelli sono spesso obsoleti o imprecisi.
C'è poi una questione politica di rilievo. Il segretario alla difesa Pete Hegseth ha spinto per adottare l'AI nel minor tempo possibile, con l'obiettivo di creare quella che lui chiama una forza combattente che mette l'AI al primo posto. Allo stesso tempo, è in aperto conflitto con Anthropic, uno dei principali fornitori di AI per il governo americano, mentre il Pentagono ha stretto un accordo con il rivale OpenAI per usare i suoi modelli in ambienti classificati. Il presidente Trump ha ordinato al governo di smettere di usare i prodotti di Anthropic. Eppure, secondo funzionari americani, il conflitto in corso in Iran sta dimostrando l'utilità proprio di Claude, l'agente AI di Anthropic.
Uno degli avvertimenti più condivisi tra gli esperti militari riguarda il rischio di affidarsi troppo alle indicazioni fornite dalla macchina. Probasco, che ha ricoperto diversi incarichi nella Marina militare americana, ha dichiarato al Wall Street Journal che delegare le decisioni all'AI "è una preoccupazione seria" e che, come per altri sistemi d'arma, servono misure di salvaguardia per limitare i rischi. "Quell'infrastruttura è oggi sottofinanziata", ha aggiunto. La guerra, per quanto accelerata dalla tecnologia, resta una delle attività umane più caotiche e imprevedibili, e nessun algoritmo, per quanto sofisticato, può sostituire il giudizio umano.