Casa Bianca, simulazioni shock sul petrolio a 200 dollari. L’OCSE avverte: inflazione USA al 4,2%
Secondo Bloomberg, l'Amministrazione Trump sta valutando l'impatto dello scenario peggiore sui mercati energetici. Intanto la benzina americana è già aumentata del 30% e l'Ocse taglia le previsioni di crescita globale a causa della guerra in Iran.
Negli uffici del Dipartimento del Tesoro, nelle ultime settimane, è tornato a circolare un numero che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrato quasi irreale: 200 dollari al barile. Secondo quanto rivelato da Bloomberg, l’Amministrazione Trump sta simulando seriamente questo scenario, sulla base di fonti dirette che lo descrivono come un esercizio ricorrente di pianificazione in tempi di crisi, più che una previsione concreta.
Il portavoce della Casa Bianca, Kush Desai, ha tuttavia ribadito la posizione ufficiale: l’ipotesi non è ritenuta realistica. Anche il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha ridimensionato le preoccupazioni, sottolineando di non essere allarmato dalle oscillazioni di breve periodo innescate dall’Operazione Epic Fury. La realtà che filtra dalle stesse fonti di Bloomberg, però, racconta ben altro.
Bessent aveva lanciato l'allarme sul rischio per il mercato energetico già prima che il conflitto in Medio Oriente deflagrasse. I funzionari del suo Dipartimento avevano portato il dossier alla Casa Bianca con settimane di anticipo. E non serve neppure arrivare a 200 dollari perché i danni si materializzino: secondo il Dipartimento, anche un barile a 170 dollari basterebbe a riaccendere l'inflazione da entrambi i lati dell'Oceano Atlantico e a frenare la crescita nel giro di pochi mesi. L'effetto più immediato, del resto, gli americani lo vedono già alla pompa: il prezzo della benzina è salito del 30%.
A mettere nero su bianco la portata del deterioramento economico ci ha pensato però l'Ocse, con il suo ultimo rapporto sullo stato dell'economia. Il conflitto mediorientale ha cancellato d'un colpo le prospettive di un'economia mondiale in graduale miglioramento, sostituendole con uno scenario di costi energetici in netto aumento e prezzi fuori traiettoria.
I numeri non lasciano margine all'ambiguità. L'inflazione statunitense è ora stimata al 4,2% per il 2026 — 1,2 punti percentuali in più rispetto alle previsioni di dicembre. Il G20 si muove su un binario parallelo: inflazione al 4%, stessa revisione al rialzo. L'Ocse, tuttavia, si aspetta che la fiammata rientri velocemente: entro fine 2027 l'inflazione americana dovrebbe scendere all'1,6%, addirittura 0,7 punti sotto l'ultima stima. Il ritorno alla normalità nel resto del mondo sarà invece più lento, con il G20 ancora al 2,7%.
Sul versante della crescita il quadro è però più ambiguo. L'economia globale dovrebbe aumentare del 2,9% nel 2026, un dato invariato rispetto a dicembre ma in netto rallentamento dal 3,3% registrato nel 2025. Gli Stati Uniti, paradossalmente, partono meglio degli altri: crescita attesa al 2%, la revisione al rialzo più ampia tra le economie mondiali monitorate dall'Ocse. Ma è uno slancio con la data di scadenza. Il rapporto avverte, infatti, che nella seconda metà dell'anno l'erosione del potere d'acquisto, il rallentamento occupazionale e i risparmi delle famiglie ormai in esaurimento freneranno i consumi. Nel 2027 la crescita americana scenderà così all'1,7%.
Tutto questo, precisa l’OCSE, poggia su un’ipotesi tutt’altro che scontata: che i prezzi di petrolio, gas e fertilizzanti tornino su livelli più moderati entro metà anno, come attualmente scontato dai mercati finanziari. Se invece le esportazioni dal Medio Oriente dovessero rimanere interrotte più a lungo, i prezzi dell’energia continuerebbero a salire, le carenze di materie prime si aggraverebbero e l’inflazione troverebbe nuovo slancio. Resta sul tavolo anche lo scenario opposto — un conflitto che si risolve più rapidamente del previsto, un’economia globale più resiliente e guadagni di produttività legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Ma, allo stato attuale, è soprattutto il rischio a dettare l’agenda.