Bolton: il cambio di regime funziona, ma solo se c'è un piano
L'ex consigliere per la sicurezza nazionale critica la gestione della crisi venezuelana e chiede un intervento più deciso in Iran e Cuba
John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale durante il primo mandato di Donald Trump e già ambasciatore degli Stati Uniti all'Onu sotto George W. Bush, torna a far sentire la sua voce con un'analisi pubblicata sulla National Review in cui promuove il cambio di regime come strumento legittimo di politica estera, accusando al tempo stesso la Casa Bianca di improvvisare anziché pianificare.
Bolton, noto per le sue posizioni da falco in politica estera e autore del libro The Room Where It Happened sugli anni trascorsi nell'amministrazione Trump, parte da una premessa: il cambio di regime non è una filosofia, ma uno strumento a disposizione degli Stati Uniti per tutelare i propri interessi di sicurezza nazionale, da valutare caso per caso con un'analisi di costi e benefici. Non sempre funziona, non sempre fallisce. Quando un Paese agisce in modo dannoso per gli interessi americani, secondo Bolton, le opzioni sono due: cercare di cambiarne il comportamento o, se questo non è possibile, cambiarne il governo.
L'ex consigliere riserva critiche dirette al presidente Trump, accusandolo di aver preso di mira gli alleati anziché gli avversari. Il tentativo di annettere il Canada avrebbe danneggiato la candidatura del conservatore Pierre Poilievre a primo ministro, favorendo l'elezione di Mark Carney, già successore di Justin Trudeau dopo le sue dimissioni. Anche le pressioni sulla Groenlandia si sarebbero rivelate controproducenti, rafforzando nei sondaggi la prima ministra danese Mette Frederiksen. In entrambi i casi, sostiene Bolton, la diplomazia sarebbe stata sufficiente.
Il cuore dell'analisi riguarda il Venezuela, dove l'operazione militare che ha rimosso Nicolás Maduro viene definita "brillantemente concepita ed eseguita", ma gravemente incompleta. Secondo Bolton, l'apparato politico fondato da Hugo Chávez resta al potere con la presidente ad interim Delcy Rodríguez, che Trump ha definito "una persona formidabile", nonostante sia a tutti gli effetti una chavista. La fretta di fare affari con il petrolio venezuelano, nella speranza infondata che la produzione di Caracas possa abbassare i prezzi della benzina negli Stati Uniti, avrebbe portato Washington a versare 300 milioni di dollari alla banca centrale venezuelana, proventi delle vendite di petrolio precedentemente bloccati. Quei fondi, secondo Bolton, servono ora a pagare i militari, i colectivos, le bande motociclizzate usate per intimidire i civili, e la burocrazia dello stato chavista, permettendo ai vertici del regime di consolidare le proprie posizioni.
Bolton sostiene che l'opposizione venezuelana, vincitrice delle elezioni presidenziali del 2024 e riconosciuta dagli stessi Stati Uniti come governo legittimo, sarebbe perfettamente in grado di governare. Il presidente legittimo Edmundo González potrebbe prestare giuramento immediatamente, come accadde a Panama nel 1989 dopo la caduta di Manuel Noriega. L'ex consigliere definisce sbagliata la valutazione di Trump secondo cui l'opposizione perderebbe il controllo delle forze armate rischiando una guerra civile: l'opposizione stessa ritiene che i soldati semplici e molti ufficiali siano dalla sua parte.
Sull'Iran, Bolton spinge per un'azione più decisa. Il regime degli ayatollah e dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione islamica, non è mai stato così debole dalla presa del potere nel 1979, scrive, citando la disperazione economica, il malcontento giovanile, il rifiuto delle donne verso l'autorità religiosa e le crescenti tensioni etniche. Bolton propone di colpire obiettivi strategici come le difese aeree, le basi dei Pasdaran, la milizia Basij, i programmi nucleari e missilistici e gli asset navali nel Golfo, per ridurre sia la capacità di repressione interna sia le minacce esterne. Il regime successore, secondo la sua analisi, sarebbe probabilmente una forma di governo militare con il compito di preparare elezioni libere. Bolton ricorda i massacri di decine di migliaia di manifestanti avvenuti a gennaio come prova della brutalità del regime, aggiungendo che un governo disposto a trattare così i propri cittadini non avrebbe remore a usare armi nucleari contro Israele o gli Stati Uniti.
Su Cuba, Bolton è relativamente ottimista. La comunità cubano-americana, che conta oltre 2,5 milioni di persone, pianifica il dopo-Castro da decenni. La vicinanza alla Florida faciliterebbe interazioni immediate con la popolazione dell'isola, e la supervisione del segretario di Stato Marco Rubio renderebbe difficile anche per questa amministrazione compromettere un eventuale cambio di regime.
L'analisi di Bolton riflette una posizione consolidata nell'ala interventista del Partito Repubblicano: gli Stati Uniti hanno un interesse vitale nel promuovere regimi amici nel mondo e gli strumenti per farlo. La sua critica alla Casa Bianca, però, è netta: senza pianificazione strategica, anche le operazioni meglio eseguite rischiano di produrre risultati peggiori dello status quo.