Attacco israeliano al gas iraniano, Trump: “Non c’entriamo”. L’Iran attacca il Qatar
Il raid sui giacimenti di gas di South Pars apre un nuovo fronte nella terza settimana di guerra. Trump prima appare favorevole, poi nega ogni coinvolgimento. La Casa Bianca valuta l'invio di truppe di terra e chiede altri 200 miliardi al Congresso, mentre gli alleati si sfilano.
Ieri mattina l’aviazione israeliana ha colpito South Pars, il più grande giacimento di gas naturale dell’Iran. Si tratta di un attacco senza precedenti: nelle settimane di bombardamenti precedenti, Israele aveva, infatti, evitato di prendere di mira le infrastrutture energetiche iraniane. Il raid — secondo quanto confermato da funzionari di entrambi i Paesi — sarebbe stato concordato con la Casa Bianca. Nel giro di poche ore, però, la situazione è precipitata. Teheran ha risposto colpendo impianti in Qatar, il presidente Donald Trump ha negato di essere stato informato, i Paesi alleati degli Stati Uniti hanno ribadito il loro rifiuto di partecipare al conflitto e al Congresso si è consumato l’ennesimo scontro sulla guerra.
La rappresaglia iraniana e le smentite a Trump
La risposta dell’Iran all’attacco israeliano non si è fatta attendere. Due salve di missili hanno colpito la raffineria di Ras Laffan, in Qatar, danneggiando il più grande impianto al mondo di lavorazione di gas naturale liquefatto. QatarEnergy ha parlato di "danni estesi", senza segnalare la presenza di vittime. A Doha la reazione è stata durissima: funzionari qatarioti hanno contattato l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff e i vertici del CENTCOM per capire se Washington fosse stata informata del raid israeliano che ha causato la risposta iraniana.
Poi è arrivato il messaggio su Truth Social. Un’ora dopo il secondo attacco iraniano, Donald Trump ha scritto che Israele aveva "attaccato violentemente per rabbia" e che "gli Stati Uniti non sapevano nulla", accompagnando però le parole con una nuova minaccia: in caso di ulteriori ritorsioni iraniane contro il Qatar, gli Stati Uniti — "con o senza il consenso di Israele" — distruggeranno l’intero giacimento.

Una versione dei fatti subito smentita ad Axios e ad altri media americani da fonti statunitensi e israeliane. Secondo queste ricostruzioni, l’attacco a South Pars non è stato affatto un’iniziativa unilaterale israeliana: anzi era stato coordinato direttamente tra il presidente Trump e il primo ministro Netanyahu, con l’obiettivo di dissuadere Teheran dall’ostacolare il transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz. In altre parole, la Casa Bianca non solo era a conoscenza del raid, ma lo aveva esplicitamente approvato — rendendo le dichiarazioni pubblicate su Truth Social una versione difficilmente credibile dei fatti, verosimilmente volta solo a placare il Qatar dopo la rappresaglia iraniana.
I numeri della terza settimana
Dal raid su South Pars alla crisi diplomatica: i dati chiave di una giornata che ha cambiato il conflitto
Benchmark globale del greggio
Era $2,98 prima della guerra
L’ipotesi di invio di truppe di terra
A complicare ulteriormente il quadro, Reuters ha rivelato che la Casa Bianca sta valutando l’invio di migliaia di soldati aggiuntivi per rafforzare il dispositivo americano in Medio Oriente, dove sono già dispiegati circa 50.000 militari. Le opzioni allo studio — secondo quanto riferiscono un funzionario statunitense e altre tre fonti informate delle discussioni in atto — vanno dalla protezione del traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz, che verrebbe affidata soprattutto a forze aeree e navali, fino a scenari ben più ambiziosi come lo sbarco di truppe sulla costa iraniana e sull’isola di Kharg, da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere di Teheran.
Quest’ultima ipotesi è stata definita "molto rischiosa" da uno dei funzionari coinvolti nelle discussioni, considerando che l’Iran può colpire facilmente l’isola con missili e droni. Sul tavolo c’è anche la possibilità di mettere in sicurezza le riserve iraniane di uranio altamente arricchito — un’operazione che gli esperti giudicano estremamente complessa anche per le Forze Speciali statunitensi.
La Casa Bianca, dal canto suo, ha precisato che "non è stata presa alcuna decisione sull’invio di truppe di terra", limitandosi ad aggiungere che "il presidente mantiene saggiamente tutte le opzioni sul tavolo". Intanto, il bilancio aggiornato dell’Operazione Epic Fury, lanciata il 28 febbraio, parla di oltre 7.800 raid aerei, più di 120 navi iraniane distrutte o danneggiate, 13 soldati americani uccisi e circa 200 feriti — per lo più lievi, secondo il Pentagono.
Duecento miliardi e alleati in fuga
La guerra costa — e sempre di più — non solo in termini umani. Secondo il Washington Post, la Casa Bianca, su pressione del Pentagono, starebbe preparando una richiesta al Congresso per oltre 200 miliardi di dollari in fondi aggiuntivi, destinati in gran parte a rilanciare con urgenza la produzione di munizioni di precisione esaurite in appena tre settimane di bombardamenti. A coordinare lo sforzo è il Vicesegretario alla Difesa Steven Feinberg, che nell’ultimo anno ha lavorato al rafforzamento dell’industria bellica americana.
La cifra è imponente, soprattutto se confrontata con precedenti recenti: il Congresso aveva stanziato circa 188 miliardi per l’intera guerra in Ucraina fino a dicembre 2025, mentre la sola prima settimana del conflitto in Iran ne è costata più di 11. Anche all’interno della stessa Amministrazione, diversi funzionari giudicano la richiesta come irrealistica: i democratici si oppongono apertamente al conflitto e al Senato mancano i 60 voti necessari per superare il filibuster. Trump — che in campagna elettorale aveva attaccato ripetutamente l’Amministrazione Biden per i miliardi destinati a Kyiv — si troverebbe ora a chiedere al Congresso una cifra ancora più elevata per una guerra da lui stesso avviata.
Fuori dai confini americani, nessun Paese alleato ha, intanto, raccolto l’appello di Trump a riaprire lo Stretto di Hormuz. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato il più esplicito: "a oggi non esiste un piano convincente su come questa operazione possa avere successo", ha dichiarato al Bundestag, sottolineando che "Washington non ci ha consultati né indicato la necessità di un coinvolgimento europeo. Avremmo sconsigliato questa linea d’azione".
Emmanuel Macron ha escluso qualsiasi partecipazione francese finché durerà il conflitto — "non siamo parte in causa", ha detto in una riunione con i Ministri. Anche il primo ministro britannico Keir Starmer ha evitato di impegnare la Royal Navy, attirandosi le critiche dirette di Trump. Anche l'Australia ha declinato, con la Ministra dei Trasporti Catherine King che ha precisato di non aver nemmeno ricevuto una richiesta formale. Infine, la premier giapponese Sanae Takaichi, attesa a Washington giovedì, si prepara ad un vertice "estremamente difficile", sapendo bene che i suoi margini di azione sono molto limitati a causa dei vincoli costituzionali del Giappone sull’uso della forza all'estero.
Il Senato boccia la risoluzione per bloccare la guerra
Al Congresso, intanto, è andato in scena uno scontro dal valore soprattutto simbolico ma dal peso politico importante. I repubblicani al Senato hanno bocciato, con 53 voti contro 47, una mozione democratica volta a fermare le operazioni militari contro l’Iran. L’unico repubblicano a rompere i ranghi è stato il senatore Rand Paul, del Kentucky; tra i democratici, solo John Fetterman, della Pennsylvania, si è schierato con la maggioranza repubblicana.
47-53: Senate blocks New Jersey Senator Cory Booker’s Iran war powers resolution to limit unauthorized U.S. military action against Iran, the same exact result as Kaine's resolution earlier this month. Paul (R-KY) voted Yes and Fetterman (D-PA) voted No. pic.twitter.com/3YCwMIOlmI
— Craig Caplan (@CraigCaplan) March 19, 2026
Il senatore democratico Cory Booker, promotore della risoluzione, ha denunciato in aula che il conflitto "sta sfuggendo di mano" e che i costi superano il milione di dollari al giorno, ricordando che "le sedi diplomatiche e le basi militari americane in Medio Oriente sono sotto costante attacco" e che la guerra voluta da Trump "coinvolge ormai almeno 15 Paesi". Il leader democratico al Senato, Chuck Schumer, ha invece puntato il dito sulle ricadute economiche: il Brent ha chiuso mercoledì a 109 dollari al barile — 80% in più rispetto al 28 febbraio — mentre il prezzo medio della benzina è salito da 2,98 a 3,84 dollari al gallone.
Di tutt’altro avviso il senatore repubblicano Lindsey Graham, tra i più convinti sostenitori di un cambio di regime a Teheran, che ha definito la risoluzione addirittura come "incostituzionale": i senatori, afferma, non possono sostituirsi al comandante in capo. I democratici hanno comunque fatto sapere che continueranno a portare la questione in aula per ulteriori voti, sfruttando le prerogative del War Powers Act, che consente loro di forzare voto e dibattito su questo tipo di risoluzioni in qualsiasi momento.