Armi o pensioni: l'Europa non riesce a pagare entrambe

La spesa militare europea deve crescere, ma i bilanci sono già sotto pressione per pensioni, invecchiamento e crisi petrolifera

Armi o pensioni: l'Europa non riesce a pagare entrambe
European Union

L'Europa non ha i mezzi militari per influenzare la guerra in Iran e sta scoprendo quanto sia difficile procurarseli. Mentre Stati Uniti e Israele colpiscono Teheran con i missili, i governi europei ammettono in privato di non avere la capacità offensiva o difensiva per incidere sul conflitto o per spingere il presidente Trump a chiuderlo in fretta. Come spiega il New York Times, è il risultato di decenni di spesa militare insufficiente, su cui oggi concordano sia Washington sia i governi europei. Ma rimediare si sta rivelando un rompicapo fiscale e politico che ha un nome classico in economia: il problema "armi contro burro".

La formula descrive la scelta tra spesa militare e spesa sociale. Per decenni l'Europa ha scelto il "burro", investendo in sanità, pensioni e welfare mentre gli Stati Uniti garantivano la difesa del continente con truppe e armamenti schierati dalla Guerra Fredda in poi. La Germania del dopoguerra, in particolare, spese poco per l'esercito per scelta deliberata. L'accordo ha retto dalla caduta del Muro di Berlino fino a tempi recenti: Barack Obama e Joe Biden hanno sollecitato gli alleati europei ad aumentare i budget militari, ma è stato Trump a forzare la svolta, minacciando di ritirare gli Stati Uniti dalla Nato e rimproverando gli alleati per la spesa insufficiente. Al suo ritorno alla Casa Bianca, i governi europei si sono affrettati ad aumentare gli stanziamenti per la difesa.

Il problema è che il momento non poteva essere peggiore. I sistemi pensionistici europei furono progettati per società più giovani, in cui una forza lavoro numerosa sosteneva i pensionati e veniva a sua volta sostenuta dalle generazioni successive. Oggi l'Europa invecchia rapidamente e il meccanismo non regge più: l'aspettativa di vita si è allungata, quindi i pensionati percepiscono gli assegni più a lungo, mentre il calo delle nascite riduce il numero dei lavoratori che versano contributi. Le pensioni costano di più e le economie europee non crescono abbastanza per generare le entrate fiscali necessarie.

Per colmare il divario e finanziare il riarmo, i governi hanno poche opzioni: aumentare le tasse, tagliare le prestazioni sociali, accogliere lavoratori immigrati che paghino le tasse e sostengano la crescita, oppure indebitarsi. Le prime tre strade sono impopolari tra gli elettori. L'indebitamento è sempre più costoso e per molti paesi non è praticabile. Solo la Germania, che ha mantenuto il debito relativamente basso, può permettersi una grande campagna di prestiti per ricostruire un esercito di primo livello. "Italia, Spagna e Francia hanno uno spazio fiscale limitato per qualsiasi nuovo grande programma di spesa", ha dichiarato al New York Times Christoph Trebesch, economista dell'Università di Kiel.

I numeri della Francia illustrano la difficoltà. Secondo i ricercatori governativi francesi, il paese dovrebbe spendere il 3,5% del prodotto interno lordo per migliorare la difesa in modo significativo. Per coprire quel costo servirebbe un aumento di quasi il 10% dell'Iva nei prossimi cinque anni, oppure un incremento analogo delle tasse patrimoniali sui più ricchi. Tagliare la spesa sarebbe ancora più arduo: il welfare rappresenta circa un terzo del Pil annuale francese e c'è scarsissima tolleranza pubblica per ridurlo, soprattutto se questo significa riformare le pensioni, che da sole assorbono quasi la metà dei costi sociali.

I partiti di estrema destra sfruttano il malcontento. Il Rassemblement National in Francia e Alternative für Deutschland in Germania hanno conquistato elettori delle classi lavoratrici anche opponendosi ai tagli pensionistici. Emmanuel Macron e il cancelliere Friedrich Merz hanno incontrato resistenze nei loro tentativi di riformare i programmi sociali. Il dilemma si estende ad altri settori: i programmi di sviluppo e aiuto internazionale stanno già subendo tagli. "Il nostro bilancio pubblico si sta riducendo", ha detto al New York Times Reem Alabali Radovan, ministra tedesca per lo Sviluppo, aggiungendo che "si ridurrà ancora".

La guerra in Iran aggiunge nuove pressioni. Il conflitto ha bloccato il traffico delle petroliere nello Stretto di Hormuz e fatto schizzare i prezzi globali del petrolio. In tutta Europa i parlamentari ricevono già richieste di intervento per alleggerire il costo della benzina. Se lo shock petrolifero dovesse persistere e provocare una recessione profonda, i governi subiranno pressioni per spendere di più o tagliare le tasse per rilanciare la crescita, una strategia che funziona solo se ci si può indebitare senza provocare una crisi fiscale.

"Molti paesi europei si trovano tra l'incudine e il martello", ha sintetizzato al New York Times Pal Jonson, ministro della Difesa svedese, il cui paese ha quasi triplicato la spesa militare rispetto al Pil dal 2017. "Questo percorso sarebbe dovuto iniziare molto prima", ha aggiunto. Il rischio che la situazione sfugga di mano preoccupa anche le istituzioni finanziarie internazionali. "Quanto può durare prima che i mercati reagiscano?", si è chiesta Beata Javorcik, capo economista della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, intervistata dal New York Times. "Le crisi impiegano più tempo di quanto si pensi a manifestarsi, ma quando arrivano, arrivano molto più in fretta".

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