Alla Conferenza di Monaco l'era dell'America come guida dell'Occidente è già finita

La 62ª edizione del vertice sulla sicurezza ha messo in scena la frattura transatlantica: i democratici americani cercano spazio sulla scena mondiale, ma i leader europei considerano ormai irrevocabile il danno causato dalla seconda presidenza Trump.

Alla Conferenza di Monaco l'era dell'America come guida dell'Occidente è già finita

La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, tradizionale snodo del dialogo transatlantico, si è trasformata nell’edizione di quest’anno in un termometro della sempre maggiore disillusione europea verso gli Stati Uniti. Il messaggio emerso dal vertice è stato netto: la frattura tra le due sponde dell’Atlantico si è ampliata e, secondo molti leader europei, potrebbe non ricomporsi neppure con un cambio di inquilino alla Casa Bianca nel 2029.

"Tra l’Europa e gli Stati Uniti si è aperta una frattura", ha dichiarato senza mezzi termini il cancelliere tedesco Friedrich Merz nel discorso inaugurale. "La pretesa di leadership degli Stati Uniti è stata messa in discussione e forse perduta per sempre". Merz ha inoltre rivelato di aver avuto "colloqui riservati" con la Francia sulla deterrenza nucleare europea: un passaggio che segnala il venir meno di una fiducia piena — e a lungo data per scontata — nella protezione militare americana.

Democratici a Monaco: ambizioni, prove generali e scivoloni

Diversi esponenti democratici sono arrivati a Monaco anche con un obiettivo domestico: rafforzare il proprio profilo internazionale in vista di possibili candidature presidenziali nel 2028. Tra i più visibili figuravano il governatore della California Gavin Newsom, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ed alcuni senatori e governatori considerati in ascesa, tra cui Mark Kelly, Gretchen Whitmer e Chris Murphy.

Newsom, il volto più esposto della delegazione, ha riconosciuto la portata del problema. "Ci vedono come una palla da demolizione", ha detto a margine del vertice. "Ci considerano inaffidabili e molti pensano che sia qualcosa di difficile da invertire. Non credono che torneremo mai a essere quello che eravamo". Pur insistendo sulla possibilità di ricucire i rapporti con l’Europa, Newsom ha anche inviato un messaggio al suo partito, citando Bill Clinton:

"Di fronte a una scelta, il popolo americano preferirà sempre chi appare forte, anche se sbaglia, a chi appare debole, anche se ha ragione".

L’esordio internazionale di Ocasio-Cortez si è rivelato invece più complicato. Interrogata sulla disponibilità a inviare truppe statunitensi per difendere Taiwan in caso di invasione cinese — uno dei dossier centrali della politica estera americana — la deputata ha faticato a formulare una risposta lineare, con esitazioni che hanno attirato l’attenzione dei media presenti. Il New York Times ha titolato: “Ocasio-Cortez porta una prospettiva legata al lavoro a Monaco, con qualche inciampo”. In seguito, il suo staff ha ridotto gli impegni pubblici previsti durante la conferenza.

Groenlandia, tensioni e imbarazzi nella delegazione americana

Le dinamiche interne alla delegazione americana hanno prodotto altri momenti delicati. Alcuni senatori democratici si sono trovati in difficoltà durante un incontro con la prima ministra danese, dopo che il senatore repubblicano Lindsey Graham aveva rilasciato dichiarazioni che lasciavano intendere come il presidente Trump non avesse accantonato del tutto l’idea di puntare alla annessione della Groenlandia, territorio semiautonomo della Danimarca. A complicare ulteriormente il quadro, la presenza dei deputati della Camera dei Rappresentanti si è ridotta dopo che lo speaker repubblicano Mike Johnson ha cancellato la delegazione congressuale ufficiale.

Graham, un tempo stretto alleato del compianto John McCain — figura storica della conferenza — è apparso particolarmente duro, dichiarando a Politico di star sollecitando Trump ad agire contro l’Iran per non incoraggiare il presidente russo Vladimir Putin e il leader cinese Xi Jinping. "Se l’America non abbatterà il regime iraniano sarà un disastro", ha affermato. "Significherà che non ci si può fidare dell’America".

Dal palco, il Segretario di Stato Marco Rubio ha scelto toni più concilianti rispetto al discorso pronunciato lo scorso anno dal vicepresidente JD Vance allo stesso vertice. La platea europea gli ha riservato persino una standing ovation. Eppure anche Rubio aveva aperto la missione con una frase destinata a far discutere tra i giornalisti americani: "Il vecchio mondo è finito". E per lasciar intendere ancora di più il significato di questa frase, subito dopo Monaco, il capo della diplomazia statunitense è volato in Slovacchia e in Ungheria, due Paesi guidati da leader vicini alle posizioni di Trump.

Il fantasma di McCain e di un’America ridimensionata

La conferenza di Monaco porta ancora il segno di John McCain, che per decenni ne fece una tappa obbligata per chiunque aspirasse a un ruolo nella politica estera americana. Al piano terra dello storico Bayerischer Hof campeggia ancora una sua foto con la citazione del 2017: "Mi rifiuto di accettare il declino del nostro ordine mondiale". Quest’anno la sua famiglia era rappresentata dal figlio Jimmy.

Il senatore democratico Chris Coons ha provato a raccoglierne l’eredità chiudendo la serata del venerdì al bar Trader Vic’s con un brindisi di schnapps alla pesca, come faceva McCain. Ma sul palco principale non c’era nessuno con quel cognome, e pochi membri del Congresso hanno partecipato al ricevimento offerto dal cancelliere tedesco.

Sul fronte interno, i democratici vedono segnali incoraggianti: i sondaggi indicano un calo dell’approvazione per Trump e il partito punta a riconquistare la Camera alle elezioni di metà mandato. "Trump verrà travolto alle midterm. Lo sa anche lui", ha detto Newsom. Ma l’Europa, dopo aver sperato durante il primo mandato che l’elezione di Trump fosse un’anomalia, considera ormai la sua rielezione — e la sua politica aggressiva — come la nuova normalità. Come ha riassunto Merz:

"L’ordine internazionale fondato su diritti e regole è in via di distruzione. Questo ordine — imperfetto anche nei suoi momenti migliori — non esiste più in questa forma".
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