Addio a Jesse Jackson, la voce che tenne viva la speranza degli afroamericani tra King e Obama

È morto a 84 anni il pastore battista che trasformò la battaglia per i diritti civili in una “coalizione arcobaleno” capace di cambiare il Partito Democratico e aprire la strada alla nuova America.

Addio a Jesse Jackson, la voce che tenne viva la speranza degli afroamericani tra King e Obama

Per oltre mezzo secolo è stato la voce che non si spegneva. Quando l’eco dei sogni di Martin Luther King sembrava affievolirsi e l’America cercava ancora il suo equilibrio dopo la fine della segregazione, Jesse Louis Jackson salì sul pulpito e trasformò la protesta in un progetto politico. È morto oggi 17 febbraio 2026, a 84 anni.

A darne notizia è stata la famiglia, spiegando che il pastore battista “è morto serenamente, circondato dai suoi familiari”. Negli ultimi anni combatteva contro una malattia neurodegenerativa: nel 2017 aveva annunciato di soffrire di morbo di Parkinson; nel novembre 2024 era stato ricoverato per paralisi sopranucleare progressiva.

Con la sua oratoria ritmata, capace di fondere predicazione religiosa e mobilitazione politica, Jackson rappresentò il ponte tra due epoche: quella delle marce guidate da King e quella che avrebbe portato, quarant’anni dopo, all’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca. Non ebbe la statura profetica del primo né il trionfo elettorale del secondo. Ma senza di lui il percorso che unì quelle due stagioni sarebbe stato più lungo e più incerto.

Dalla tragedia di Memphis alla “Rainbow Coalition”

Il 4 aprile 1968 Jesse Jackson era a Memphis, sul palco accanto a Martin Luther King Jr., quando il leader dei diritti civili venne assassinato. Dopo quella frattura nella storia americana, Jackson divenne una delle figure più riconoscibili della nuova fase del movimento: meno centrata sulle grandi battaglie legislative e più orientata alla conquista del potere politico ed economico.

Negli anni Ottanta trasformò quella visione in una sfida diretta al sistema. Si candidò alle primarie democratiche del 1984 e poi del 1988, ottenendo risultati impensabili fino a pochi anni prima per un candidato afroamericano. Non vinse la nomination, ma costrinse il Partito Democratico a fare per la prima volta i conti con un’America più ampia: neri, ispanici, lavoratori poveri, giovani, emarginati. La chiamò “Rainbow Coalition”, coalizione arcobaleno.

I suoi discorsi alle Convention democratiche di quegli anni — scanditi dall’appello a “mantenere viva la speranza” — contribuirono a ridefinire l’identità progressista americana negli ultimi decenni del Novecento. L’idea era semplice e radicale insieme: chi era rimasto ai margini poteva diventare maggioranza politica.

L’eredità politica di Jackson

Quando Barack Obama vinse le elezioni nel 2008, molti lessero in quella notte anche il compimento di un cammino iniziato decenni prima. Jackson non fu il protagonista di quel traguardo, ma ne fu sicuramente uno degli architetti. Aveva dimostrato che una candidatura nazionale afroamericana non era più un gesto simbolico, bensì una possibilità concreta.

Nel 1996 unificò le sue principali organizzazioni nella Rainbow PUSH Coalition, dando struttura permanente a quella visione inclusiva che aveva animato le sue campagne.

Nel messaggio diffuso dopo la morte, la famiglia lo ha ricordato come “un leader al servizio degli oppressi e di chi non ha voce”. “Lo abbiamo condiviso con il mondo — si legge nella nota — e il mondo è diventato parte della nostra famiglia. La sua fede nella giustizia e nell’uguaglianza ha dato forza a milioni di persone.”

Jackson lascia ora la moglie Jacqueline, i figli e numerosi nipoti. Le esequie pubbliche si terranno a Chicago.

Con la sua scomparsa si chiude un capitolo decisivo della storia americana: quello della generazione che raccolse il testimone di King e trasformò il sogno in competizione politica. Una generazione che non sempre vinse, ma che cambiò per sempre la storia americana.

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