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# USA, le politiche migratorie di Trump riaccendono il ricordo dell’internamento dei giapponesi americani
- URL: https://focusamerica.it/usa-le-politiche-migratorie-di-trump-riaccendono-il-ricordo-dellinternamento-dei-giapponesi-americani/
- Published: 2026-02-18T12:30:58.000Z
- Updated: 2026-02-18T12:30:58.000Z
- Description: I sopravvissuti all'internamento di massa degli anni Quaranta denunciano inquietanti parallelismi con l'attuale offensiva contro l'immigrazione: dalla criminalizzazione su base etnica all'assenza di garanzie processuali, fino al riutilizzo delle stesse strutture militari.
- Author: Redazione
- Tags: Immigrazione

L’offensiva dell’Amministrazione Trump contro l’immigrazione irregolare sta riaprendo ferite profonde anche tra i sopravvissuti ai campi di internamento in cui, durante la Seconda guerra mondiale, furono rinchiusi oltre 120.000 cittadini americani di origine giapponese ed immigrati giapponesi. A collegare le due epoche non è soltanto la memoria storica, ma anche il ricorso a strumenti giuridici e a luoghi fisici che evocano direttamente quel periodo.

La *CNN* [racconta](https://us.cnn.com/2026/02/16/us/japanese-immigrants-camps-ice-trump?ref=focusamerica.it) la storia di John Tateishi che aveva meno di 3 anni quando fu internato in uno di questi campi insieme alla sua famiglia. Non era stato arrestato né accusato di alcun reato: semplicemente, come decine di migliaia di giapponesi americani, venne deportato nei campi della costa occidentale per effetto della paranoia bellica e del razzismo anti giapponese seguiti all’attacco di Pearl Harbor. Oggi, a 86 anni, Tateishi vede "un parallelo inquietante" tra quella esperienza che lo ha colpito in prima persona e l’attuale campagna di detenzioni e rimpatri che colpisce migliaia di immigrati, in gran parte latinoamericani, spesso con garanzie processuali limitate.

Le differenze tra i due contesti sono evidenti: oggi l’obiettivo dichiarato è l’applicazione delle leggi sull’immigrazione, mentre negli anni Quaranta l’internamento colpì persone esclusivamente in base all’origine etnica, senza accuse individuali. Tuttavia, secondo molti sopravvissuti, i punti di contatto tra le due vicende, così apparentemente lontane tra loro, restano numerosi.

### **Lo stesso luogo, la stessa legge**

*Fort Bliss*, vasta base militare nel deserto di El Paso, in Texas, dove durante la guerra furono detenuti cittadini giapponesi, italiani e tedeschi, è oggi stata riconvertita proprio per le operazioni legate alla gestione dei flussi migratori. Oggi ospita *Camp East Montana*, uno dei più grandi centri di detenzione per violazioni delle norme sull’immigrazione. Negli ultimi mesi nella struttura si sono registrati decessi di detenuti, circostanza che ha alimentato ulteriori polemiche.

La *Japanese American Citizens League* ha definito l’utilizzo della base da parte dell'Amministrazione Trump come campo di detenzione per migranti come "un affronto alla memoria e all’eredità degli oltre 125.000 giapponesi e giapponesi americani ingiustamente imprigionati durante la Seconda guerra mondiale".

Sul piano giuridico, Trump ha inoltre invocato l’*Alien Enemies Act* del 1798 — la stessa legge utilizzata negli anni Quaranta per la detenzione di cittadini giapponesi — per accelerare il rimpatrio di cittadini venezuelani, spesso falsamente descritti dall’Amministrazione Trump come membri di organizzazioni criminali. Una corte d’appello federale ha successivamente dichiarato illegittimo tale utilizzo della norma; la Casa Bianca ha però difeso la legittimità dell’azione presidenziale in materia di sicurezza nazionale ed il procedimento giudiziario resta in corso.

### **Le testimonianze dei sopravvissuti**

Anche Satsuki Ina, 81 anni, nata dietro il filo spinato del *Tule Lake Segregation Center*, in California, afferma alla *CNN* di riconoscere "somiglianze profonde" tra la sua storia personale e l’attualità. 

> *"L’odio, la criminalizzazione su base razziale, le narrazioni che dipingono un’intera comunità come pericolosa sono le stesse: oggi li chiamano criminali, noi eravamo definiti sabotatori e spie".*

I suoi genitori, cittadini americani, furono prelevati dalla loro casa di San Francisco. Il padre, che protestò contro l’arruolamento di giovani internati, venne accusato di sedizione e trasferito in un carcere federale nel North Dakota. La madre, in un diario scritto durante la prigionia, annotò: "Mi chiedo se oggi sarà il giorno in cui ci metteranno in fila e ci spareranno".

Hiroshi Shimizu, oggi 82enne, trascorse i primi 5 anni di vita in diversi campi. Ha raccontato di aver compreso pienamente la portata di quell’esperienza solo da adulto, osservando i nipoti crescere liberi alle stesse età in cui lui era detenuto.

Nikki Nojima Louis aveva 4 anni quando, poche ore dopo l’attacco a Pearl Harbor, due agenti dell’FBI si presentarono a casa sua a Seattle e portarono via il padre. "Dopo quel giorno non vivemmo mai più insieme come famiglia", ha ricordato. In seguito fu internata con la madre a Camp Minidoka, in Idaho, dove vivevano in una stanza singola all’interno di baracche spartane.

### **L’impegno per la memoria**

Solo decenni dopo la fine della guerra, gli Stati Uniti riconobbero ufficialmente che l’internamento era stato motivato da "pregiudizio razziale, isteria bellica e un fallimento della leadership politica americana". Con il *Civil Liberties Act* del 1988 venne previsto un risarcimento di 20.000 dollari per ciascun sopravvissuto ai campi di internamento.

Tateishi, che fu tra i promotori della campagna che portò a quella legge, osserva oggi con amarezza: "Molti dei valori che ritenevamo fondamentali sembrano perdere significato".

Satsuki Ina ha cofondato *Tsuru for Solidarity*, un’organizzazione giapponese americana che protesta contro la detenzione degli immigrati. "C’è più ansia e più paura", racconta. "Ma anche la consapevolezza che la nostra memoria serve proprio ad impedire che la storia si ripeta".