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# Un terzo degli americani pensa che Israele abbia commesso un genocidio a Gaza
- URL: https://focusamerica.it/un-terzo-degli-americani-pensa-che-israele-abbia-commesso-un-genocidio-a-gaza/
- Published: 2026-07-08T20:30:01.000Z
- Updated: 2026-07-08T20:30:01.000Z
- Description: Sondaggio AP-NORC: un terzo degli americani e metà dei democratici parla di genocidio a Gaza. E il centrista Rahm Emanuel attacca Netanyahu a Tel Aviv: il rapporto con Washington è "a un bivio"
- Author: Redazione
- Tags: Sondaggi, Israele, #ig-pubblicato

Circa un terzo degli adulti americani, tra cui circa la metà dei democratici, pensa che Israele abbia commesso un genocidio contro i palestinesi durante la guerra a Gaza, secondo un sondaggio condotto tra l'11 e il 17 giugno dall'[*Associated Press*](https://apnews.com/article/israel-poll-democrats-republicans-b91cdc0aaf31f6bc226a0584115b886f?ref=focusamerica.it) insieme al centro di ricerca NORC su oltre 3.000 adulti, di cui più di 1.000 ebrei. Dopo decenni di sostegno condiviso da entrambi i partiti, l'appoggio degli americani a Israele si sta erodendo, con un'opposizione crescente tra i democratici e segnali di divisione tra i repubblicani. L'accusa di genocidio è stata mossa da alcune organizzazioni per i diritti umani ed è respinta con forza da Israele e dal governo americano.

Circa 2 americani su 10 escludono che si tratti di genocidio, mentre la metà dice di non sapere abbastanza per esprimersi. Tra gli adulti ebrei il 30% parla di genocidio, mentre il 49% lo esclude.

La fine di un consenso bipartisan

«Genocidio a Gaza»: lo pensa *un americano su tre*

Dopo decenni di appoggio condiviso dai due partiti, il sostegno degli Stati Uniti a Israele si sta erodendo: i democratici sono sempre più critici e anche tra i repubblicani compaiono le prime crepe.

Grafica di FocusAmerica

«Le azioni militari israeliane a Gaza costituiscono un genocidio contro i palestinesi?»

Risposte degli adulti americani

Sì

0%

Parla di genocidio

No

0%

Lo esclude

Non sa

0%

Non si esprime

Metà degli americani preferisce non pronunciarsi. Ma tra chi prende posizione, **prevale chi parla di genocidio**: 31% contro 20%.

Quattro chiavi di lettura

01La parola  
«genocidio» 02La svolta  
democratica 03Le crepe  
repubblicane 04I leader  
a confronto 

Chi parla di genocidio, gruppo per gruppo

Quota di chi risponde «sì» alla domanda se Israele abbia commesso un genocidio contro i palestinesi durante la guerra a Gaza.

Democratici

52%

Tutti gli adulti americani

31%

Adulti ebrei

30%

Repubblicani sotto i 45 anni

circa 20%

Repubblicani

13%

Repubblicani sopra i 45 anni

circa 10%

Le barre sono in scala 0–100\. Gli adulti ebrei sono anche il gruppo che più esclude l’accusa: il 49% risponde «no», contro il 20% della media nazionale.

I democratici hanno cambiato idea sul sostegno a Israele

Quota di democratici d’accordo con ciascuna affermazione: confronto tra gennaio 2024, con Biden alla Casa Bianca, e giugno 2026.

«Gli Stati Uniti sono troppo favorevoli agli israeliani»

+13 punti

45

58

«Gli Stati Uniti non sostengono abbastanza i palestinesi»

+13 punti

49

62

«Gli Stati Uniti dovrebbero fare di più per i palestinesi» — democratici sopra i 45 anni

+18 punti

39

57

Gennaio 2024

Giugno 2026

Valori in % dei democratici

Lo spostamento non riguarda solo i giovani: anche il 51% dei democratici ebrei giudica gli Stati Uniti troppo favorevoli a Israele.

Le prime crepe nel fronte repubblicano

La maggioranza dei repubblicani difende ancora Israele, ma la richiesta di un sostegno maggiore è crollata in due anni.

Repubblicani che vorrebbero aumentare il sostegno americano a Israele

Gennaio 2024

39%

Giugno 2026

15%

Con Biden alla Casa Bianca

Con Trump alla Casa Bianca

60%

Considera «adeguato» l’attuale sostegno americano a Israele

Circa 2 repubblicani su 10 lo giudicano invece eccessivo

13%

Parla di genocidio contro i palestinesi

Contro il 52% dei democratici

2x

Il divario generazionale sull’accusa di genocidio

La condivide circa il 20% degli under 45 e circa il 10% dei più anziani

1/3

Gli americani per cui Israele è una questione personalmente molto importante

Ma il tema pesa a quattro mesi dalle elezioni di metà mandato

Netanyahu e Mamdani, due volti che dividono

Giudizio degli adulti americani sul primo ministro israeliano e sul sindaco di New York, critico dichiarato di Israele.

Benjamin Netanyahu

Primo ministro di Israele

Opinione favorevole20%

Opinione sfavorevole38%

Non lo conosce abbastanza41%

Tra gli adulti ebrei, **6 su 10 lo giudicano negativamente**.

Zohran Mamdani

Sindaco di New York

Opinione favorevole27%

Opinione sfavorevole28%

Non ha un’opinione44%

Tra gli adulti ebrei è visto meglio di Netanyahu: **44% di giudizi favorevoli**, 39% di contrari.

Molti americani concentrano le critiche non su Israele in quanto tale, ma sui suoi leader: a partire da Netanyahu, percepito come vicino al presidente Trump.

Fonte

Sondaggio AP-NORC (Associated Press e NORC, Università di Chicago), condotto dall’11 al 17 giugno 2026 su 3.040 adulti americani, di cui 1.022 ebrei. Margine d’errore: ±2,8 punti percentuali (±5,0 per gli adulti ebrei).

La rilevazione arriva quasi tre anni dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che uccise 1.200 persone in Israele, in gran parte civili, con 251 ostaggi portati a Gaza. Da allora nella Striscia sono morti più di 73.000 palestinesi, di cui oltre 1.000 dall'inizio dell'ultima tregua, secondo il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, che non distingue tra civili e miliziani. Circa 4 americani su 10 non sanno dire se la risposta militare israeliana sia stata giustificata, ma tra chi ha un'opinione la maggioranza considera giustificata la reazione iniziale e ingiustificate le operazioni attuali. Tra gli ebrei americani, tre quarti approvano la risposta iniziale e solo 4 su 10 le operazioni in corso.

Il 58% dei democratici dice che gli Stati Uniti sono "troppo favorevoli" agli israeliani, in crescita dal 45% di gennaio 2024, quando alla Casa Bianca c'era Joe Biden. Lo pensa anche il 51% dei democratici ebrei. Il 62% dei democratici ritiene inoltre che il paese non sostenga abbastanza i palestinesi, contro il 49% di due anni fa. I più giovani restano i più critici, ma gli over 45 stanno recuperando: il 57% chiede di fare di più per i palestinesi, rispetto al 39% del 2024.

Tra i repubblicani solo il 13% parla di genocidio, con un divario generazionale: lo dice circa il 20% degli under 45 e circa il 10% dei più anziani. Il 60% dei repubblicani considera "adeguato" il livello di sostegno americano a Israele e circa 2 su 10 lo giudicano eccessivo. La quota di repubblicani che vorrebbe un sostegno maggiore è però crollata dal 39% al 15% in due anni.

Molti intervistati concentrano le critiche sui leader israeliani, a partire dal primo ministro Benjamin Netanyahu, percepito come vicino al presidente Trump. Solo il 20% degli americani ha un'opinione favorevole di Netanyahu, il 38% ne ha una sfavorevole e il 41% non lo conosce abbastanza per giudicare. Tra gli ebrei americani 6 su 10 lo vedono negativamente. Il sindaco di New York Zohran Mamdani, 34 anni, socialista-democratico e critico dichiarato di Israele, divide invece l'opinione pubblica: il 27% lo giudica positivamente, il 28% negativamente e il 44% non ha un'opinione. Gli adulti ebrei, in grande maggioranza democratici, lo vedono meglio di Netanyahu, con il 44% di giudizi favorevoli contro il 39% di contrari.

Lo spostamento tocca ormai anche l'ala centrista del Partito Democratico. Rahm Emanuel, ex capo di gabinetto della Casa Bianca, ex sindaco di Chicago, ex ambasciatore e potenziale candidato alle presidenziali del 2028, per anni tra i difensori di Israele, attaccherà Netanyahu mercoledì in un discorso all'Università di Tel Aviv, secondo il testo [anticipato](https://www.pbs.org/newshour/politics/rahm-emanuel-to-denounce-netanyahu-during-tel-aviv-speech-as-american-politics-shift-against-israel?ref=focusamerica.it) all'Associated Press. Emanuel dirà che il rapporto tra Israele e Stati Uniti è "a un bivio" e "non può reggere né sopravvivere così com'è", accuserà Netanyahu di aver portato il paese in un "vicolo cieco" e definirà un errore il sostegno americano senza condizioni, che a suo dire ha prodotto un primo ministro convinto di non pagare alcun prezzo quando ignora le preoccupazioni di Washington. 

Tra le sue proposte ci sono sanzioni contro gli israeliani che attaccano civili e proprietà palestinesi, sanzioni contro aziende e banche che sostengono gli insediamenti considerati illegali dalla maggior parte della comunità internazionale e la fine dei sussidi americani al bilancio della difesa israeliano. Dirà anche che "il sostegno a Israele sta crollando in tutto il mondo" e che la soluzione a due Stati è ormai "screditata", proponendo al suo posto un accordo a "23 Stati" tra Israele, i palestinesi e gli altri 21 membri della Lega Araba.

In un'intervista alla stessa agenzia prima del discorso, Emanuel ha definito la risposta militare israeliana "sconsiderata e negligente nel trattamento delle vite palestinesi" e ha accusato Israele di usare cibo e medicine come strumenti dei propri obiettivi militari. Sull'accusa di genocidio ha detto di essere pronto alla discussione, purché il termine non venga politicizzato. Netanyahu, che in passato definì Emanuel "un ebreo che odia se stesso", affronta a ottobre il voto per la propria rielezione e potrebbe sfruttare lo scontro per mostrarsi forte davanti alle critiche internazionali.

Le critiche a Israele emergono anche nel partito repubblicano: il vicepresidente JD Vance ha detto di recente dalla Casa Bianca che Trump è "l'unico capo di Stato al mondo solidale con la nazione di Israele in questo momento". Solo un terzo degli americani considera Israele una questione personalmente molto importante, ma il tema pesa sulla politica a quattro mesi dalle elezioni di metà mandato, mentre i rapporti tra i due governi restano [tesi](https://focusamerica.it/trump-dice-che-netanyahu-sa-chi-e-il-capo-e-che-lo-incontrera-presto-alla-casa-bianca/): alle recenti primarie democratiche di New York e Colorado candidati apertamente critici di Israele hanno battuto i favoriti dell'establishment e la questione potrebbe diventare una linea di frattura nella corsa alla nomination presidenziale del 2028.