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# Sabato: «Una polizia segreta» nell’America di Trump. E se cedono i contrappesi, «la Repubblica cade»
- URL: https://focusamerica.it/sabato-una-polizia-segreta-nellamerica-di-trump-e-se-cedono-i-contrappesi-la-repubblica-cade/
- Published: 2026-09-15T10:00:45.000Z
- Updated: 2026-09-15T10:00:45.000Z
- Description: Nella terza intervista di The 51st, Larry Sabato avverte: «Non si può più dare per scontato che in futuro avremo elezioni libere e corrette». E sul movimento alimentato dalle accuse di brogli di Trump: «È davvero un culto».
- Author: Salvatore Stanizzi
- Tags: The 51st, #ig-pubblicato

Nel 1960 Larry Sabato bussava alle porte per convincere gli americani a votare John F. Kennedy. Sessantasei anni dopo, si domanda se gli americani potranno continuare a votare liberamente. A volte una vita basta a misurare la distanza fra ciò che un Paese prometteva e ciò che si è arrivati ad avere paura di chiedergli.

Politologo, professore all’Università della Virginia, fondatore e direttore del suo Center for Politics, Sabato ha dedicato la propria vita professionale allo studio della politica americana. Quando lo intervistai nel 2020, mi raccontò che quella passione era cominciata proprio così, facendo campagna porta a porta per JFK. Il ricordo torna nella nostra conversazione di oggi, dentro un’America che osserva con una preoccupazione alla quale nemmeno l’esperienza sembra offrire riparo. Gli chiedo che cosa direbbe a quel ragazzo se potesse raggiungerlo per un momento nel 1960, portandosi dietro tutto quello che adesso sa. «Non fermarti alle apparenze. Fai più domande. E soprattutto, leggi molto e su argomenti diversi e ricorda che in una democrazia ogni giorno conta». È un consiglio rivolto al proprio passato che finisce per riguardare il presente di chiunque lo legga.

Fra quel ragazzo e l’uomo che risponde oggi ci sono decenni di politica americana, crisi attraversate e istituzioni sopravvissute a chi le aveva screditate. È anche da questa esperienza che nasce la severità del suo giudizio. «Per la prima volta nella mia vita», dice, «non possiamo contare sul fatto che le istituzioni di governo e coloro che ne occupano i ruoli di vertice rispettino la legge e la Costituzione». Nella frase inserisce una precisazione: «Sono nato sotto Truman». Sono poche parole ma danno una misura al resto. Prima di arrivare a pronunciare quella sfiducia, Sabato ha avuto una vita intera per conoscere le ragioni della fiducia.

Questa intervista è uno spaccato sulla tenuta della democrazia americana, osservata nei punti in cui il suo funzionamento dipende da qualcosa che nessuna disposizione costituzionale può garantire da sola: la disponibilità a rispettare un limite, a riconoscere una sconfitta, ad accettare che un’istituzione conservi la propria autorità anche quando decide contro di noi. Nelle risposte di Sabato, la crisi prende forma nella distanza fra le garanzie scritte e la possibilità concreta di farle valere. Le regole restano riconoscibili ma diventa sempre più incerto chi sia disposto a rispettarle e chi riesca ancora a imporne il rispetto.

Il rapporto fra la presidenza e la giustizia ne offre, secondo lui, un esempio decisivo. Trump agisce, i tribunali rincorrono e, quando il processo giudiziario riesce a raggiungerlo, «le sue violazioni sono ormai fatti compiuti». In questa distanza temporale si apre una questione che attraversa tutta la conversazione: quanto vale un contrappeso se interviene quando ciò che avrebbe dovuto impedire è già accaduto? Sabato sostiene che i giudici delle corti inferiori, da soli, non possano sostituire un sistema funzionante. La difesa dei limiti del potere richiede che più istituzioni si assumano la propria responsabilità, prima che tutto dipenda dall’ultimo argine ancora disponibile.

È dentro questo quadro che pronuncia le accuse più dure. Parla di «una polizia segreta e un Pentagono che non risponde del proprio operato», descrive una stampa meno libera e un Congresso e una Corte Suprema che incoraggiano il presidente o lo lasciano fare. Il filo che tiene insieme questi giudizi riguarda il controllo sul potere: chi possa esercitarlo, con quali strumenti e con quale possibilità di ottenere conseguenze reali. Riguarda anche i cittadini, la loro capacità di accorgersi di ciò che cambia mentre la vita continua e le istituzioni conservano i nomi di sempre.

Le elezioni di metà mandato diventano così una prova della capacità del voto di produrre un limite effettivo al presidente. Le preoccupazioni di Sabato investono tanto il loro svolgimento quanto ciò che potrebbe accadere dopo: la possibilità di votare, il riconoscimento dei risultati, il comportamento di chi dovrà accettarne le conseguenze. «Non si può più dare per scontato che in futuro avremo elezioni libere e corrette», avverte. Si può conoscere la data delle prossime elezioni e avere smesso di essere sicuri di ciò che quella data garantisce.

La conversazione si allarga da qui alla società che quelle istituzioni dovrebbero rappresentare. Quanto può reggere una democrazia quando la paura dell’avversario tiene insieme gli schieramenti più della fiducia in un progetto comune? Che cosa accade quando una decisione sfavorevole diventa, agli occhi di chi la subisce, la prova che l’istituzione che l’ha presa è illegittima? Sono domande che riguardano anche chi guarda dall’Europa, perché toccano la disponibilità a riconoscersi dentro uno stesso sistema proprio nel momento in cui quel sistema consegna la vittoria a qualcun altro.

Quando gli sottopongo lo scenario in cui tutte le garanzie vengono messe sotto pressione contemporaneamente, Sabato risponde: «La Repubblica cade». È il punto estremo del suo ragionamento, legato alle condizioni della domanda. La nettezza della risposta misura quanto lontano sia arrivata la sua preoccupazione ma non esaurisce ciò che ha da dire sul proprio Paese.

Conserva infatti una ragione per sperare. La cerca negli anni Sessanta, quando si temeva seriamente per la sopravvivenza della forma di governo americana: «La buona notizia è che siamo sopravvissuti». In quella memoria trova un precedente al quale aggrapparsi, pur sapendo che nessuna crisi superata mette al riparo dalla successiva. È forse la tensione più umana di questa conversazione: conoscere abbastanza il proprio Paese da sapere che può salvarsi e abbastanza da non riuscire più a prometterlo.

La terza conversazione di *The 51st* parte allora da una fiducia che ha attraversato generazioni: l’America trova sempre il modo di sopravvivere alle proprie crisi. Per arrivare alla domanda che quella fiducia ci ha risparmiato a lungo: che cosa succede quando una democrazia affida la propria sopravvivenza alla convinzione di non poter morire?

Dieci domande a Larry Sabato. La prima parte da una contraddizione. L’ultima, ancora una volta, dall’America che da questa parte dell’Atlantico continuiamo forse a non vedere.

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1\. Se dovesse spiegare l’America di oggi attraverso una sola contraddizione, quale sceglierebbe?

“*Nel complesso, gli americani non sono mai stati così istruiti e informati come oggi e la nostra nazione è più ricca che in qualsiasi altro momento della sua storia. Eppure l’istruzione non basta a impedire disastri come l’elezione (per due volte) di Donald Trump. E il divario tra ricchi e poveri non è mai stato così ampio*”.

2\. Lei osserva la politica americana da più di mezzo secolo, attraverso Watergate, la rivoluzione di Reagan, l’11 settembre, l’elezione di Barack Obama, il 6 gennaio e ora la seconda presidenza di Donald Trump. Quando guarda agli Stati Uniti del 2026, vede un altro capitolo difficile nella storia di una democrazia che ha ripetutamente dimostrato di saper sopravvivere alle proprie crisi, oppure qualcosa di qualitativamente diverso rispetto al passato?

“*Paragonerei questo capitolo della Repubblica americana agli anni Sessanta, quando ci preoccupavamo seriamente per la sopravvivenza della nostra forma di governo. La buona notizia è che siamo sopravvissuti e questo ci dà speranza per l’epoca attuale. Eppure le istituzioni e i processi del nostro sistema sono sottoposti a forti pressioni, i pesi e contrappesi costituzionali non funzionano più bene e abbiamo un presidente che ignorerà qualsiasi consuetudine o vincolo che gli intralci il cammino, incoraggiato (o lasciato fare) dal Congresso e dalla Corte Suprema. Non si può più dare per scontato che in futuro avremo elezioni libere e corrette. Il Paese ha ora una polizia segreta e un Pentagono che non risponde del proprio operato. La stampa libera non è più altrettanto libera. Se tutto questo non preoccupa gli americani, è perché non stanno prestando sufficiente attenzione ed è proprio così che siamo finiti in questo pasticcio*”. 

3\. Quando la intervistai nel 2020, mi disse che la sua passione per la politica era cominciata con John F. Kennedy, quando faceva campagna porta a porta durante le elezioni presidenziali del 1960\. Se oggi potesse tornare indietro e parlare a quel ragazzo affascinato da JFK, dopo tutto ciò a cui ha assistito e che ha studiato della politica americana, che cosa gli direbbe dell’America del 2026?

“*Non fermarti alle apparenze. Fai più domande. E soprattutto, leggi molto e su argomenti diversi e ricorda che in una democrazia ogni giorno conta*”.

4\. Lei ha recentemente espresso seria preoccupazione per ciò che potrebbe accadere se Donald Trump e i repubblicani perdessero le elezioni di metà mandato. La domanda va quindi oltre chi controllerà il Congresso: quanto dipende oggi la democrazia americana dalla solidità delle sue istituzioni e quanto dalla volontà delle persone che le occupano di rispettarne i limiti e le consuetudini?

“*Per la prima volta nella mia vita – sono nato sotto Truman – non possiamo contare sul fatto che le istituzioni di governo e coloro che ne occupano i ruoli di vertice rispettino la legge e la Costituzione. I giudici delle corti inferiori non possono, da soli, sostituire un sistema funzionante. Il potere giudiziario semplicemente non può tenere testa a un presidente risoluto che agisce senza chiedere autorizzazione o consenso e senza neppure consultare le leggi e la Costituzione. Quando il lento processo giudiziario riesce a mettersi al passo, le sue violazioni sono ormai fatti compiuti.*”

5\. Per gran parte della storia americana, le elezioni di metà mandato hanno funzionato anche come meccanismo correttivo: gli elettori pongono limiti al presidente e riequilibrano il potere politico. Questo meccanismo funziona ancora normalmente nel 2026, oppure queste elezioni potrebbero diventare qualcosa di più grande? Quasi un referendum sulla capacità del sistema americano di porre limiti al potere presidenziale?

“*Lo scopriremo. Se un’ondata blu spazzerà via molti dei membri della squadra che si genuflette davanti a Trump e verranno elette persone capaci, seriamente intenzionate a farsi avanti per difendere il modello americano, la Repubblica avrà discrete possibilità di sopravvivere. Tuttavia, che cosa sta pianificando l’amministrazione Trump per ostacolare il voto dei propri oppositori? L’ordine esecutivo di Trump che riguarda il servizio postale è un chiaro tentativo di privare del diritto di voto decine di migliaia, forse persino milioni, di elettori che ne hanno pienamente diritto. Le ridicole accuse di brogli elettorali avanzate da Trump prima e dopo il 6 gennaio 2021 hanno creato un esercito di ribelli fuorviati che eseguono i suoi ordini e credono a qualsiasi cosa dica. È davvero un culto.*

*Inoltre, non finisce tutto il giorno delle elezioni. L’ICE e altre componenti della macchina di Trump possono interferire con il voto del 3 novembre, eventualmente con l’aggiunta di polizia e militari ai seggi, benché ciò sia rigorosamente vietato dalla legge e dalle consuetudini. Poi, ricordiamoci che il Partito Repubblicano continuerà a controllare il Congresso fino all’inizio di gennaio 2027\. Quali saranno gli ordini di Trump ai membri uscenti del potere legislativo? I risultati elettorali saranno annullati per “brogli”? Può una persona seria fare affidamento sulla Corte Suprema di Trump e dei repubblicani perché salvi la Repubblica? Non deprimerò ulteriormente nessuno suggerendo che cosa potrebbe accadere nel 2028, quando si voterà per la presidenza*.”

![](https://focusamerica.it/content/images/2026/09/54489262262_59bdaed9e2_k.jpg)

[Molly Riley, White House, 2025, Flickr, Opera del governo USA](https://www.flickr.com/photos/whitehouse/54489262262/?ref=focusamerica.it)

6\. Democratici e repubblicani sono sempre stati coalizioni ampie ma oggi sembrano coesistere due forze: partiti sempre più polarizzati ed elettori che spesso sembrano motivati soprattutto dall’intento di impedire alla parte avversa di vincere. Quanto a lungo può reggersi una democrazia quando a tenere insieme una coalizione politica non è più soltanto ciò in cui credono i suoi membri ma ciò che temono?

“*Quanto a lungo? Non posso neppure azzardare un’ipotesi, se non per dire che alla fine, forse in breve tempo, di una vera democrazia rimarrà soltanto il guscio. Nell’epoca moderna, fino allo scorso decennio, i democratici hanno adottato un programma liberal moderato e i repubblicani uno conservatore moderato. La sinistra sta spingendo i democratici ad adottare alcune posizioni socialiste, mentre i repubblicani si sono già spostati parecchio a destra su un’ampia gamma di politiche. Il centro moderato americano – che un tempo oscillava tra i due principali partiti per impedire alla nave dello Stato di deviare troppo in una direzione o nell’altra – è oggi in gran parte senza casa, sebbene al momento siano molti di più quelli che hanno trovato posto nel Partito Democratico*.”

7\. La Costituzione degli Stati Uniti è sopravvissuta per quasi due secoli e mezzo senza che la sua struttura fondamentale venisse riscritta, attraversando una guerra civile, assassinii presidenziali, scandali e profonde trasformazioni sociali. Questa longevità è una prova della straordinaria forza del sistema americano, oppure può diventare anche una debolezza, quando istituzioni concepite nel XVIII secolo sono chiamate a governare i conflitti politici del XXI?

“*Nel 2007 (edizione riveduta nel 2011) ho scritto un libro intitolato “A More Perfect Constitution” (Bloomsbury). Sostenevo la necessità di apportare 23 modifiche al testo costituzionale perché era così datato, cosa che gli stessi Padri fondatori ci avevano incoraggiato a fare a intervalli regolari! (Jefferson riteneva che il ritmo ideale di rinnovamento fosse una volta per generazione: all’epoca, 19 anni.) Diciamo soltanto che gli esponenti di spicco del Partito Repubblicano rimasero inorriditi e me lo fecero sapere. Ripensando alle modifiche che avevo proposto, il mio errore fu non essermi spinto oltre, molto oltre. All’epoca non avrei potuto immaginare un presidente Trump, qualcuno con così poco rispetto per i principi ispiratori della Repubblica e nessuna conoscenza di essi. Qualcuno mosso dalla megalomania più che da qualsiasi altra cosa. La mia incapacità di immaginarlo era ampiamente condivisa e, se tra un decennio l’America sarà irriconoscibile, sarà essenziale ricordare come e perché abbiamo fallito*.”

8\. Gli americani sono abituati a pensare che, quando la politica oltrepassa un limite, ci sia sempre un’altra istituzione capace di intervenire: il Congresso, i tribunali, gli Stati, la Corte Suprema o, in ultima istanza, gli stessi elettori. Ma che cosa accade quando tutte queste garanzie vengono messe sotto pressione contemporaneamente? I pesi e contrappesi possono ancora funzionare se una parte significativa del Paese considera illegittima qualsiasi istituzione che si pronunci contro la propria parte politica?

“*Che cosa accade? La Repubblica cade. A quel punto possiamo avere una separazione pacifica degli Stati oppure un’altra guerra civile, che i nemici dell’America nel mondo hanno auspicato e incoraggiato*.”

9\. Per decenni, gli Stati Uniti hanno presentato la democrazia non semplicemente come il proprio sistema politico interno ma quasi come parte della propria identità nazionale e della propria leadership nel mondo. Se ora l’America stessa appare meno sicura delle proprie regole democratiche, che cosa cambia nella sua capacità di parlare di democrazia al resto del mondo?

“*Abbiamo già perso qualsiasi base credibile da cui fare la predica al resto del mondo. Semplicemente, non ce ne siamo ancora resi conto. Il mondo va avanti senza di noi, trovando alleati più affidabili e governi stabili per i nostri ex partner. Gli oltraggiosi attacchi di Trump al Canada sono stati probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ogni leader nel mondo sa che, se Trump è stato possibile una volta e poi una seconda dopo un’insurrezione istigata da Trump, l’elettorato degli Stati Uniti è più che capace di farlo accadere di nuovo*.”

10\. Qual è l’America che noi in Europa non riusciamo ancora a vedere?

“*Questo non vuole minimizzare o perdonare ciò che hanno fatto 77 milioni di persone ma metà degli elettori non ha sostenuto Trump nel 2024, benché il 2024 abbia segnato il suo miglior risultato nelle tre competizioni elettorali a cui ha partecipato. Troppo tardi, milioni di persone hanno riconosciuto il terribile errore commesso. Trump ha dalla sua parte soltanto circa un terzo dell’elettorato. Il problema è che non gli importa. Agirà come se fosse enormemente popolare, forse diventando ancora più stravagante man mano che si avvicina la fine del suo secondo mandato. Quanto altro danno può fare? Considerate che siamo soltanto al 40% del mandato. Innumerevoli incubi si profilano all’orizzonte*.”

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«Innumerevoli incubi si profilano all’orizzonte». Sabato conclude così, mentre a chi legge resta il compito di tornare alla propria idea dell’America e domandarsi quanto somigli ancora al Paese che ha appena raccontato.

Da questa parte dell’Atlantico l’abbiamo spesso conosciuta prima ancora di arrivarci. Ne abbiamo abitato le città attraverso i film, imparato le promesse dalle canzoni, riconosciuto i presidenti come personaggi di una storia che riguardava anche noi. Ciascuno si è portato dietro un’America personale, fatta anche di luoghi mai visitati e di ricordi che, a guardarli bene, appartenevano a qualcun altro. Forse è per questo che alcune trasformazioni ci risultano così difficili da accettare: cambiano un Paese e, insieme, qualcosa del modo in cui abbiamo immaginato il mondo.

La Casa Bianca, il Congresso, la Corte Suprema conservano la loro familiarità. Li riconosciamo in un’inquadratura, sappiamo quale posto occupano nel racconto americano. Quella riconoscibilità può rassicurarci più di quanto dovrebbe. Per capire quanto tiene una democrazia bisogna entrare nel funzionamento quotidiano delle sue istituzioni, vedere se una sentenza viene rispettata, se un voto produce conseguenze, se chi perde accetta di lasciare il potere. Sono cose meno fotogeniche di una bandiera davanti a un edificio bianco e dalle quali dipende tutto il resto.

«La mia incapacità di immaginarlo era ampiamente condivisa», ammette Sabato. È forse la frase che più direttamente interpella anche noi. Ci invita a interrogarci su quanta parte della nostra fiducia nasca da ciò che osserviamo e quanta dall’affetto per un’immagine alla quale siamo abituati. Si può discutere la sua diagnosi, contestarne la severità, sperare che il futuro gli dia torto. Ma per farlo occorre guardare l’America presente, anche dove smette di somigliare a quella che ci aveva insegnato a desiderarla.

Si torna allora al ragazzo che nel 1960 bussava alle porte per Kennedy. Dopo tutte queste risposte, quel gesto acquista una semplicità quasi struggente: andare da qualcuno, provare a convincerlo, affidare a una scelta libera una parte del futuro. Sessantasei anni dopo, Sabato gli direbbe che «in una democrazia ogni giorno conta». Lo direbbe anche a noi, che leggiamo e pensiamo di avere ancora tempo.

Sappiamo che cosa è diventato quel ragazzo. Che cosa diventerà la sua America possiamo ancora contribuire a deciderlo. È la fortuna che ci resta, finché il futuro non sarà diventato una storia da raccontare.