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# Migranti espulsi dagli Stati Uniti, picchiati e detenuti in Guinea Equatoriale
- URL: https://focusamerica.it/migranti-espulsi-dagli-usa-picchiati-e-detenuti-in-guinea-equatoriale/
- Published: 2026-09-20T20:15:49.000Z
- Updated: 2026-09-20T20:15:49.000Z
- Description: Ventinove migranti espulse dall'Amministrazione Trump sono trattenuti senza accuse nell'Hotel Bamy di Malabo. Due di loro sono stati incappucciati e picchiati dalla polizia dopo aver raccontato all'esterno le condizioni della struttura.
- Author: Redazione
- Tags: Immigrazione, Politica estera, Donald Trump, ONU, #ig-pubblicato

Due migranti espulsi dagli Stati Uniti verso la Guinea Equatoriale sono stati incappucciati, legati e picchiati da agenti di polizia in un albergo isolato alle porte di Malabo, dove decine di stranieri deportati dagli Stati Uniti sono trattenuti a tempo indeterminato. Lo hanno raccontato al [*New York Times*](https://www.nytimes.com/2026/09/18/world/africa/us-deportation-hotel-equatorial-guinea.html?ref=focusamerica.it) testimoni e avvocati. Secondo gli stessi deportati, il pestaggio e gli arresti che ne sono seguiti miravano a impedire che all'esterno arrivassero informazioni sulle condizioni della struttura, un albergo trasformato di fatto in una prigione per 29 uomini e donne di diverse nazionalità.

L'*Hotel Bamy* è un edificio fatiscente alla periferia della capitale, sorvegliato 24 ore su 24 da agenti armati che, secondo i deportati, li molestano e li intimidiscono senza conseguenze. Nessuno dei 29 migranti è accusato di un reato in Guinea Equatoriale e nessuno dispone di documenti che gli consentano di vivere o lavorare nel Paese, neppure temporaneamente. È una delle contraddizioni degli accordi tra Washington e i governi stranieri disposti ad accogliere persone espulse dagli Stati Uniti: il Paese le accetta, ma non riconosce loro uno status giuridico. Per questa disponibilità l'Amministrazione Trump ha versato a Malabo 7,5 milioni di dollari, prelevati dal fondo *Migration and Refugee Assistance*, destinato agli interventi per migranti e rifugiati, secondo documenti del Senato americano.

La maggior parte delle persone trattenute nell'hotel si trova inoltre in una condizione particolare: giudici americani avevano stabilito che non potessero essere rimandate nei Paesi d'origine perché rischiavano torture o persecuzioni. Per anni molte erano rimaste negli Stati Uniti in assenza di alternative, pur senza un titolo che consentisse loro di restarvi legalmente. L'Amministrazione Trump ha abbandonato questa prassi e ha iniziato invece a cercare Paesi terzi disposti ad accoglierle, mentre sul fronte interno aumentavano le [espulsioni](https://focusamerica.it/espulsioni-illegali-lice-sfida-sempre-piu-spesso-i-tribunali/) contestate davanti ai tribunali. Esperti e organizzazioni per i diritti umani avevano avvertito dei possibili rischi: lo stesso Dipartimento di Stato americano ha documentato in Guinea Equatoriale torture, maltrattamenti e arresti arbitrari.

### **Picchiati per un telefono, poi arrestati**

Le violenze della polizia all'interno dell'hotel sono aumentate nelle ultime settimane e hanno raggiunto il punto più grave l'11 settembre. Secondo testimoni e avvocati, gli agenti hanno infilato sacchi di iuta sulla testa di due uomini, hanno legato loro le mani con una corda, li hanno colpiti con le armi e li hanno spinti giù per le scale davanti agli altri detenuti. "Dov'è il telefono? Dov'è il telefono?", urlavano. I cellulari erano stati usati per parlare con giornalisti e avvocati della mancanza di acqua corrente, di cibo adeguato e di assistenza medica. Il pestaggio è avvenuto dopo la diffusione di un video sulle condizioni dell'albergo, rilanciato per primo da *Reuters*. La polizia ha poi messo a soqquadro le stanze alla ricerca di altri telefoni.

I due uomini arrestati sono Ahmed Soliman, egiziano, e Samson Birhane, eritreo. Il motivo addotto dalle autorità è stato la rottura di uno specchio nell'ascensore dell'albergo. Per Bella Mosselmans, una degli avvocati che li assistono, si è trattato invece di una ritorsione per aver denunciato pubblicamente il trattamento subito. I due sono stati portati in una struttura di detenzione locale e sono rimasti irreperibili per due giorni, prima di ricomparire nel centro di detenzione di *La Luna*, noto per il grave sovraffollamento. Un avvocato che è riuscito a entrare in contatto con loro ha riferito che erano stati lasciati senza cibo e avevano il corpo coperto di lividi. *Amnesty International* ritiene che i due siano stati presi di mira come rappresaglia per aver denunciato le minacce e le violenze delle autorità.

"Siamo in pericolo imminente e non possiamo continuare a vivere così", aveva scritto Soliman al *New York Times* nelle settimane precedenti l'arresto. "Sono stanco e ho sinceramente paura per la mia vita". Testimoni di *Amnesty International* hanno confermato che era uno dei due uomini successivamente incappucciati e picchiati.

Soliman ha 31 anni e viveva negli Stati Uniti da quando ne aveva 3\. Aveva la carta verde, il permesso di soggiorno permanente, secondo i documenti depositati presso la Commissione africana per i diritti dell'uomo e dei popoli. Ha perso quello status dopo una condanna nel 2023 per possesso di droga e aggressione aggravata. Mentre scontava la pena, un giudice ha stabilito che non potesse essere espulso in Egitto perché, in quanto gay, avrebbe corso un rischio molto elevato di subire torture. Quest'anno è stato invece deportato in Guinea Equatoriale.

Birhane ha 47 anni ed era arrivato negli Stati Uniti come rifugiato a 13\. Era stato dichiarato espellibile dopo una condanna per rapina di secondo grado nel 1998, quando frequentava ancora le superiori, ma anche nel suo caso un giudice aveva escluso il ritorno in Eritrea per il rischio di tortura. Da allora aveva continuato a vivere negli Stati Uniti, presentandosi regolarmente agli appuntamenti con le autorità per l'immigrazione. Proprio durante uno di questi incontri, quest'anno, è stato arrestato e successivamente espulso.

### **Niente acqua né medicine, Washington non risponde**

A maggio esperti delle Nazioni Unite avevano chiesto al governo della Guinea Equatoriale di garantire alle persone trattenute nell'hotel cure mediche e beni di prima necessità. Un video mostra invece un rubinetto del bagno dal quale non esce acqua. Un avvocato locale che ha visitato di recente la struttura ha riferito di non aver trovato scorte di medicinali, nonostante diverse persone soffrano di patologie serie, tra cui diabete e un'ernia grave. 

Il governo ha inoltre utilizzato l'albergo per mettere in quarantena una persona sospettata di avere l'Ebola: alcuni video mostrano operatori sanitari in tuta protettiva mentre sembrano trasferire pazienti nella struttura. Prima dell'arresto, Soliman aveva riferito che infermieri e agenti gli avevano detto che il paziente era affetto da Ebola.

Il *New York Times* ha parlato con 4 deportati che hanno descritto violenze da parte degli agenti, per lo più uomini giovani armati di fucili semiautomatici, che arrivano all'albergo a intervalli irregolari e, secondo due testimoni, talvolta sono ubriachi. A luglio la polizia aveva fatto irruzione in cinque stanze, afferrando per il collo e gettando a terra alcune persone. Gli agenti le avevano poi portate fuori, avevano puntato loro le armi contro e minacciato di ucciderle e seppellirle in un terreno vicino all'albergo se non avessero accettato di tornare volontariamente nei Paesi d'origine. 

In un altro video, un funzionario governativo dice a un uomo etiope che le alternative sono due: tornare nel proprio Paese oppure andare in prigione. Almeno una decina di persone sono già state rimandate nei Paesi d'origine nonostante le protezioni riconosciute dai tribunali americani e i rischi che vi avrebbero corso. Molte, secondo gli avvocati, sono poi scomparse o si sono nascoste.

Il Dipartimento di Stato non ha voluto rispondere alle richieste di commento del *New York Times*. Nei documenti depositati in tribunale, l'Amministrazione sostiene che, una volta espulsa una persona verso un Paese straniero, gli Stati Uniti non possano controllare il comportamento di quel governo. La Guinea Equatoriale, da parte sua, aveva assicurato a Washington in una nota diplomatica che non avrebbe sottoposto i deportati a torture o altri maltrattamenti.

Gli avvocati riferiscono di aver scritto più volte a David Gilmour, Ambasciatore americano in Guinea Equatoriale, e ad altri funzionari dell'ambasciata senza ricevere risposta. L'11 settembre, il giorno del pestaggio e degli arresti, Gilmour ha incontrato il vicepresidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Nguema Obiang Mangue, figlio del presidente. Nella stessa giornata Obiang Mangue ha parlato al telefono con Stephen Miller, consigliere della Casa Bianca e una delle figure centrali della politica migratoria dell'Amministrazione Trump: secondo una nota pubblicata sul sito del partito di governo, i due hanno discusso di "varie questioni legate all'immigrazione". Non è stato reso noto se abbiano parlato anche delle condizioni di detenzione dell'Hotel Bamy.