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# Luzi: «Questa America vive di caos, amatorialità e improvvisazione. Alla Casa Bianca ora si ha un certo timore»
- URL: https://focusamerica.it/luzi-questa-america-vive-di-caos-amatorialita-e-improvvisazione-alla-casa-bianca-ora-si-ha-un-certo-timore/
- Published: 2026-09-22T10:45:18.000Z
- Updated: 2026-09-22T10:45:18.000Z
- Description: La quarta conversazione di The 51st è con Iacopo Luzi, corrispondente dalla Casa Bianca. Le midterm, il rapporto tra Trump e la stampa, l’immigrazione, le guerre e un sogno americano che, dopo undici anni negli Stati Uniti, oggi gli sembra molto più complicato di quello che aveva immaginato.
- Author: Salvatore Stanizzi
- Tags: The 51st, #ig-pubblicato

Washington è una città che parla. Iacopo Luzi lo dice quasi incidentalmente, a metà della nostra conversazione: «Washington è una città da sempre chiacchierona». È una frase che arriva mentre racconta una Casa Bianca nella quale l’accesso dei giornalisti è diventato parte dello scontro politico, dopo l’esclusione di CNN, Politico e MS NOW e mentre prova a spiegare perché essere fisicamente dentro il complesso presidenziale continui a contare ma forse conti meno di quanto immaginiamo da fuori. Perché si può perdere un accredito, si può essere respinti all’ingresso, si può rendere più difficile avvicinarsi al presidente; ma Washington rimane una città di funzionari, collaboratori, ambienti, confidenze e persone che continuano a parlare. E per chi la conosce davvero, sostiene Luzi, le storie trovano quasi sempre un modo per uscire.

È probabilmente da qui che bisogna partire per raccontare la quarta conversazione di The 51st, perché questa volta non guardiamo l’America attraverso un modello elettorale, come con Kyle Kondik, né attraverso la tenuta delle sue istituzioni, come con Larry Sabato. Entriamo invece nel luogo nel quale una parte di quelle elezioni e di quelle istituzioni diventa ogni giorno politica concreta: dichiarazioni, ordini, conferenze stampa, decisioni improvvise, retromarce, indiscrezioni. E lo facciamo con qualcuno che quella realtà non la osserva soltanto quando accade qualcosa di eccezionale ma la frequenta per mestiere.

Iacopo Luzi è un italiano che vive negli Stati Uniti da undici anni e che dell’America ha imparato a conoscere tanto lo sguardo di chi arriva dall’Europa quanto quello di chi, giorno dopo giorno, ha finito per chiamarla casa. Corrispondente dalla Casa Bianca, collabora con Sky TG24, La Stampa, Adnkronos e diversi media dell’America Latina, dopo essere stato per anni corrispondente per Voice of America.

Undici anni fa era arrivato negli Stati Uniti inseguendo quello che chiama senza esitazioni il «sogno americano», convinto che lì avrebbe potuto fare il proprio mestiere con rispetto, con un salario dignitoso e con la sensazione che il lavoro potesse ancora cambiare la traiettoria di una vita. Quella parte dell’America, dice, esiste ancora. Nel frattempo, però, ne ha conosciuta un’altra: quella nella quale tutto è diventato progressivamente più costoso, molte persone vivono attraverso carte di credito, finanziamenti e debiti, avere due lavori non è più qualcosa di eccezionale e un problema di salute può trasformarsi in una preoccupazione economica prima ancora che personale. È per questo che, alla fine di un ragionamento che undici anni fa probabilmente non avrebbe immaginato di fare, arriva a dire che oggi «il vero sogno americano è in Europa», pensando alla sanità pubblica, all’istruzione e a quella rete di protezione sociale che negli Stati Uniti ha imparato a non dare per scontata.

C’è qualcosa di questa disillusione anche nel modo in cui racconta l’America politica del 2026\. Non perché Luzi descriva un Paese immobile o necessariamente rassegnato ma perché nelle sue risposte ritorna continuamente la sensazione di una distanza crescente tra la solennità delle istituzioni americane e il modo, molto meno solenne, in cui oggi viene esercitato il potere. Alla prima domanda, quando gli chiediamo quale contraddizione sceglierebbe per spiegare l’America, parte da quella probabilmente più nota a un europeo - la possibilità di acquistare un fucile semiautomatico a diciotto anni e l’impossibilità di bere o fumare fino ai ventuno - ma subito dopo si sposta su Trump e su due dichiarazioni contraddittorie pronunciate a poca distanza l’una dall’altra rispetto alla Russia e alla possibilità che Putin attacchi l’Europa. È lì che usa tre parole che finiscono per restare sullo sfondo di quasi tutta la conversazione: «caos, amatorialità e improvvisazione».

Da quel caos si arriva alle midterm, che Luzi considera inevitabilmente un referendum sulla presidenza; alle regole del voto e alla possibilità che la battaglia sulla legittimità del risultato cominci prima ancora che gli americani vadano alle urne; alle promesse economiche di Trump, che giudica senza mezzi termini; all’immigrazione, dove distingue tra chi chiedeva semplicemente un maggiore controllo della frontiera e chi sostiene il pugno duro dell’amministrazione senza riconoscere praticamente alcun limite. Poi lo sguardo esce dagli Stati Uniti e arriva in Ucraina e in Iran, due crisi che nella sua lettura mostrano una Washington molto meno capace di determinare gli eventi di quanto la potenza americana suggerirebbe.

Ma il punto di osservazione continua a essere quello iniziale: Washington, la Casa Bianca e ciò che significa raccontare il potere standogli abbastanza vicino da vederne anche la parte meno ordinata. Quando Luzi si domanda «Mi bloccheranno anche a me? Mi toglieranno l’accesso?», la questione smette di essere soltanto il rapporto astratto tra Trump e la stampa e diventa qualcosa di molto più concreto: la condizione quotidiana di chi deve continuare a fare domande a un’amministrazione che, secondo il suo racconto, vorrebbe scegliere sempre di più non soltanto quali risposte dare ma anche chi possa porre le domande.

La quarta conversazione di The 51st parte allora da un paradosso che Luzi conosce bene dopo undici anni negli Stati Uniti: più ci si avvicina al centro del potere americano, meno quel potere appare ordinato, prevedibile e onnipotente come può sembrare da lontano. E arriva a una domanda che attraversa quasi tutte le sue risposte, dalla Casa Bianca alle guerre, dall’immigrazione alle midterm: quanto dell’America di oggi dipende ancora dalla forza delle sue istituzioni e quanto, invece, dal modo in cui chi le occupa decide di usarle?

Dieci domande a Iacopo Luzi. La prima parte da una contraddizione. L’ultima, ancora una volta, dall’America che da questa parte dell’Atlantico continuiamo forse a non vedere.

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*1\.* Se dovesse spiegare l’America di oggi attraverso una sola contraddizione, quale sceglierebbe? E qual è la scena, fra quelle che ha raccontato nelle ultime settimane, in cui quella contraddizione le è apparsa più evidente?

“*In America puoi comprare un fucile semiautomatico a 18 anni ma per bere e fumare devi avere più di 21 anni. Questa, da sempre, mi sembra una delle più grandi contraddizioni dell’America. Se invece guardiamo all’America di Trump, quindi alla Casa Bianca, una delle contraddizioni più recenti è stata quando ha parlato della Russia e della possibilità che Vladimir Putin attacchi l’Europa. Prima, in un’intervista con Axios, il tycoon sostiene che non gli importi se provasse ad attaccare, per poi, poco dopo, assicurare ai giornalisti nello Studio Ovale che Putin non attaccherà e che è sicuro di ciò. Questa contraddizione mi ha fatto capire, per l’ennesima volta, che questa America vive di caos, di amatorialità e d’improvvisazione. Dove si dice tutto e il contrario di tutto e, alla fine, non importa a nessuno*.”

*2\.* A meno di due mesi dalle midterm, il consenso di Trump è fermo al 33% e i Democratici sembrano più motivati dei Repubblicani a votare. Osservando la Casa Bianca, vede un presidente che prova ancora ad allargare il proprio consenso o una campagna ormai rivolta quasi esclusivamente alla mobilitazione della base MAGA? Queste elezioni stanno diventando un referendum su Trump, anche se il suo nome non sarà sulla scheda?

“*No, assolutamente. Non ha il minimo interesse ad essere il presidente di tutti, quindi anche dell’opposizione. Trump non è mai stato così lontano da esserlo come ora. E, paradossalmente, non guarda nemmeno tanto alla sua base che vorrebbe un presidente più concentrato sull’economia e sulle questioni domestiche. E invece vediamo un inquilino della Casa Bianca che pensa all’Iran, alla Groenlandia, al Venezuela, a Cuba, mentre il costo della benzina è arrivato alle stelle anche negli Usa, qualcosa d’inaccettabile per l’americano medio, ancor di più per i Maga. Trump tira dritto con le sue idee e i suoi capricci, sapendo che non avrà un terzo mandato (forse – si spera) e che da novembre avrà un Congresso probabilmente contro di lui. In poche parole: non ha nulla da perdere. Le midterm sono un referendum sul presidente, lo sono sempre state e in questo caso sono anche una maniera per mettere un freno al presidente, visto che finora il Congresso a doppia maggioranza repubblicana non ha posto alcun argine o limite a The Donald. Se la Camera dei Rappresentanti, come è molto probabile, tornasse in mano ai Democratici, sarebbe già qualcosa. Ma se anche il Senato – cosa più difficile – cambiasse maggioranza, l’agenda di Trump diventerebbe quasi impossibile da portare avanti, vista la possibile opposizione dei Dem a ogni sua mossa. Diventerebbe un “lame duck”: un presidente con poco potere e due anni ancora davanti ma anche molto più imprevedibile e incosciente*.”

*3\.* Dopo che ad agosto la Corte Suprema aveva consentito l’attuazione di alcune parti dell’ordine esecutivo sul voto per posta, due giudici federali hanno ora bloccato le nuove regole mentre le prime schede sono già state spedite. Come si racconta un’elezione in cui, a meno di due mesi dal voto, non è ancora chiaro quali regole saranno applicate? È soltanto una battaglia giuridica o è già cominciata quella sulla legittimità del risultato?

“*Fortunatamente la Corte Suprema ha bloccato il tentativo del presidente di limitare il voto per posta. Con una decisione d'urgenza emessa il 14 settembre, la Corte ha confermato le ingiunzioni dei tribunali di grado inferiore contro le radicali modifiche introdotte dall'amministrazione Trump alle modalità di gestione di questo tipo di voto in tutti gli Stati Uniti. Quindi, da questo punto di vista, forse l’abbiamo scampata. Tuttavia, Trump farà di tutto per delegittimare il risultato se non sarà di suo gradimento ma al momento non si intravedono ulteriori sforzi per minarne i risultati, al di là delle parole del presidente. Ma da qui a novembre c’è ancora tanto tempo, quindi non escludo che il tycoon provi altre misure per limitare l’accesso al voto o delegittimare i risultati elettorali*.”

*4\.* Trump ha promesso un “dividendo” di 5.000 dollari a ogni adulto americano se i Repubblicani manterranno il controllo del Congresso, una misura che costerebbe oltre 1.000 miliardi di dollari e richiederebbe l’approvazione parlamentare. La Casa Bianca la presenta come una restituzione agli americani, gli oppositori la presentano come un tentativo di comprare il loro voto. Dove finisce la proposta economica e dove comincia la transazione elettorale? E che cosa rivela questa promessa sul reale stato d’animo del Paese?

“*Sono tutta fuffa le promesse di Trump, poche storie. Aveva promesso che gli americani sarebbero diventati ricchi – $2000 a testa – grazie ai guadagni derivanti dai dazi: cosa che non è successa. Altre volte aveva promesso di restituire soldi agli statunitensi, tipo inviare assegni di rimborso da 500 dollari a quasi un milione di americani, per compensare quelli che ha definito "sovrapprezzi dell'Obamacare" verificatisi durante l'amministrazione Biden. Sono tutte chiacchiere. E il caso dei 5000 dollari è solo l’apice: un presidente che sa che le elezioni andranno male promette la luna per convincere qualcuno a votarlo ma sa benissimo che non può permettersi una spesa del genere. Senza contare la dubbia legalità della cosa, il presidente li ha promessi solo a chi voterà repubblicano e non esiste alcun modo per verificare chi abbia votato per chi. È tutta sterile – e disperata – retorica trumpiana*.”

*5\.* Per anni ha raccontato gli Stati Uniti anche a un pubblico dell’America Latina. Oggi, dopo mesi di espulsioni di massa e operazioni dell’ICE, qual è la storia che a Washington viene ridotta a un dato sulla sicurezza ma che cambia completamente quando la si osserva attraverso le comunità coinvolte? L’amministrazione sta ancora raccogliendo consenso sull’immigrazione o ha oltrepassato il limite di ciò che anche una parte dei suoi elettori era disposta ad accettare?

“*Per chi odia gli immigrati negli Stati Uniti, non esiste alcun limite. Saranno sempre contenti. E non saranno mai soddisfatti. Quindi questi elettori sono stracontenti, anche di fronte all’estremo pugno duro di Trump. Certo, per chi lo ha votato perché voleva solo un maggior controllo alla frontiera sud con il Messico, dopo le centinaia di migliaia di persone arrivate ogni mese con Joe Biden, il limite è stato superato. Se molti lo hanno votato solo per mettere un freno agli immigrati illegali che commettevano crimini negli Usa, il fatto che siano stati presi di mira anche coloro che semplicemente lavoravano, vivevano tranquillamente da decenni nel Paese, pagavano le tasse e avevano famiglia qui è stato il limite. Il fatto che, durante i raid come quello a Minneapolis a gennaio, siano morti per mano degli agenti dell’ICE anche due cittadini statunitensi è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per molti americani*.”

*6\.* Vive negli Stati Uniti da undici anni. Dopo tutto questo tempo, dove finisce lo sguardo del corrispondente italiano e dove comincia quello di chi ormai osserva l’America dall’interno? Qual è la sua America personale e che cosa vede oggi in modo completamente diverso rispetto all’uomo che vi arrivò undici anni fa?

“*Undici anni fa sono arrivato in America inseguendo il “sogno americano”, convinto che negli Usa avrei potuto fare il mio mestiere con rispetto, con un salario decente e con dignità. Questo è ancora reale. Tuttavia, mi rendo conto adesso che “il vero sogno americano” è in Europa: salute pubblica, educazione pubblica, una rete d’assistenza sociale per chi è in difficoltà, senza contare tutte le cose che in America sono consentite con il cibo e che in Europa sono proibite: Ogm, ormoni, antibiotici. Il latte scade dopo un mese, per esempio, da queste parti. Inoltre, in tutti questi anni, ho visto un'America in cui tutto è diventato sempre più caro, mentre le persone hanno sempre più fatica ad andare avanti. Chi guadagna meno di 100.000 dollari all’anno, oggi come oggi, viene considerato di classe media-bassa. Tutti vivono di carte di credito, debiti e finanziamenti; molte persone hanno due lavori per arrivare a fine mese. Non è bello e preghi sempre che non succeda qualcosa di grave a livello di salute o altro, oppure molte persone non sanno veramente come fare*.”

*7\.* Mentre rispondeva a queste domande, l’amministrazione Trump ha progressivamente ristretto l’accesso dei giornalisti alla Casa Bianca e ora l’esclusione di CNN, Politico e MS NOW è diventata concreta, con i loro giornalisti respinti e le credenziali ritirate. Per chi lavora ogni giorno alla Casa Bianca, è diventato più difficile accedere ai fatti oppure è cambiato soprattutto il modo in cui il potere costruisce la propria rappresentazione? E che cosa cambia quando un presidente non si limita ad attaccare la stampa ma può decidere materialmente quali giornalisti abbiano accesso alla Casa Bianca?

“*Trump ha appena espulso dalla Casa Bianca il sito di Politico.com, la CNN e il canale progressista MS NOW, affermando di non essere soddisfatto di ciò che scrivono su di lui e sulla sua presidenza. Una decisione di portata storica che, quasi sicuramente, vedrà un giudice bloccare tutto, come è successo in passato quando aveva rimosso dalla Casa Bianca il giornalista della CNN Jim Acosta. Ciononostante, questo è solo l’ultimo capitolo di una guerra contro la stampa che va avanti da gennaio 2025 e sta peggiorando mese dopo mese. Il presidente vorrebbe una stampa solo a suo favore, quasi propagandistica e per questo ha dato accesso alla Casa Bianca a molti media del mondo Maga, proprio per avere una parte della stampa completamente pro-Trump. Allo stesso tempo, odia che i giornalisti svolgano il proprio lavoro e scoprano ciò che non va nell’amministrazione. Per lui è inconcepibile. Attualmente è più difficile accedere al presidente e alla sua amministrazione perché non parlano e tutto è molto caotico. Ma dietro le quinte, Washington è una città da sempre chiacchierona e tutti continuano a parlare, anche se sono stati minacciati di non farlo; quindi, tutto sommato, si riesce a scoprire tutto ed è difficile per la Casa Bianca tenere qualcosa nascosto. Loro vorrebbero ma è praticamente impossibile. Il vero problema è che questi gesti vengono fatti per intimorire i giornalisti e cercare di allinearli alla volontà presidenziale. Lo stesso Trump ha detto che se questi media “inizieranno a comportarsi bene” potranno tornare all’interno del complesso presidenziale. In poche parole: ora si ha un certo timore. Mi bloccheranno anche a me? Mi toglieranno l’accesso? La verità è che si può seguire il presidente anche senza stare fisicamente dentro la Casa Bianca: contano più le fonti, conta più conoscere gli ambienti, conoscere la città. Di fatto CNN, Politico e MS NOW non hanno fatto una piega: si sono lamentati del Ban ma hanno promesso di continuare a fare il proprio lavoro giornalistico con o senza accesso alla White House*”.

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[Molly Riley, White House, 2026, Flickr, Opera del governo USA](https://www.flickr.com/photos/whitehouse/55485006791/?ref=focusamerica.it)

*8\.* Trump ha appena chiesto a Zelensky di interrompere gli attacchi alle raffinerie russe, sostenendo che la crisi del diesel stia danneggiando anche gli Stati Uniti, mentre Mosca continua a colpire le infrastrutture energetiche ucraine. Che cosa rivela questa richiesta sulla politica estera americana? Washington sta ancora guidando i propri alleati oppure chiede loro di adattare persino la strategia di guerra alle esigenze economiche ed elettorali degli Stati Uniti?

“*Trump non sa come porre fine alla guerra tra Kiev e Mosca ma riconosce che gli ucraini non sono più soltanto vittime indifese di questo conflitto, anzi, sono passati pure all’attacco. Per questo motivo prova a parlare con Putin per cercare una soluzione ma non la trova. Prova a parlare con Zelenskyy ma non riesce più a esercitare tanta pressione proprio perché gli alleati europei sono ora i principali sostenitori dell’Ucraina e sanno che non possono fare affidamento su Washington. Vorrebbe ma non può, in soldoni. Per questo chiede tante cose sia all’Ucraina che all’Europa – ma molto meno alla Russia – e alla fine non ottiene nulla*.”

*9\.* Il traffico nello Stretto di Hormuz resta drasticamente inferiore ai livelli precedenti alla guerra; il tavolo regionale è stato rinviato e anche la principale rotta saudita alternativa è stata colpita. Trump ha persino evocato la possibilità che gli Stati Uniti rimangano in Iran e ne trattengano il petrolio. Qual è oggi il vero obiettivo della Casa Bianca: riaprire lo Stretto, indebolire definitivamente Teheran, controllare gli equilibri energetici o trovare una via d’uscita prima delle midterm? E Washington controlla ancora questa crisi o è ormai la crisi a dettare l’agenda di Washington?

“*Se Trump riuscisse anche solo a tornare alla situazione pre-guerra, sarebbe un successo per lui. Convinto da Israele ad attaccare a febbraio, con la possibilità di decapitare la leadership e far capitolare il regime in poche settimane, la realtà è stata molto più dura per lui e ora non riesce a porre fine a questo conflitto. L’Iran resiste, lo Stretto resta ufficialmente chiuso – sebbene molte navi lo stiano attraversando dietro le quinte – e Washington non ha più molta capacità militare per continuare ad attaccare Teheran. Per questo motivo, se riuscisse a riaprire lo Stretto di Hormuz, sarebbe già tanto. D’indebolire il regime non se ne parla più, mentre il programma nucleare iraniano sta recuperando forza. Si teme che la questione andrà avanti fino al 2028, sicuramente fino al 2027\. Non mi stupirebbe se Trump mollasse tutto di colpo, sostenendo di aver vinto, pur non avendo ottenuto nulla di veramente durevole. Il regime resta forte, ancora più estremo di prima e non c’è alcuna certezza che Teheran non riesca a ottenere un’arma nucleare in futuro*.”

*10\.* Qual è l’America di queste settimane che noi, da questa parte dell’Atlantico, continuiamo a non vedere? Se dovesse portarci fuori dalla sala stampa della Casa Bianca e mostrarci una sola scena prima del voto di novembre, dove ci porterebbe e che cosa vedremmo?

“*Vi farei vedere l’Ala est della Casa Bianca, che non esiste più. Al suo posto, un casone gigante e grottesco che diventerà la Sala da Ballo di Trump. Un puro e semplice capriccio del presidente, non necessario, che costerà milioni di dollari ai contribuenti americani e che non ha alcuna logica se non quella di pompare l’ego del presidente, che ritiene la Casa Bianca casa sua, quando in realtà è la casa di tutti gli americani. Basterebbe questo per capire molte cose in vista delle midterms. crea una undicesima domanda dopo la sua risposta sulla espulsione della CNN dalla casa bianca (cosa reale)*”.

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Alla fine gli chiediamo proprio questo: se potesse portarci fuori dalla sala stampa della Casa Bianca e mostrarci una sola scena dell’America di queste settimane, quale sceglierebbe? Dopo una conversazione passata tra midterm, immigrazione, giornalisti esclusi, Russia, Ucraina e Iran, ci si potrebbe aspettare quasi qualsiasi cosa. Luzi, invece, non ci porta molto lontano. Rimane alla Casa Bianca e indica l’Ala Est, o meglio il luogo nel quale, nel suo racconto, l’Ala Est non esiste più e sta lasciando spazio alla nuova sala da ballo voluta da Trump, che definisce «un casone gigante e grottesco».

Potrebbe sembrare una scelta laterale rispetto a tutto ciò di cui abbiamo parlato e invece probabilmente è quella che riassume meglio il modo in cui Luzi guarda questa presidenza. Non gli interessa tanto la sala da ballo in sé, né soltanto quanto costerà o quale sarà il suo aspetto finale; ciò che vede in quella trasformazione è il rapporto di Trump con il luogo che occupa e quindi con il potere che quel luogo rappresenta. «Ritiene la Casa Bianca casa sua, quando in realtà è la casa di tutti gli americani», dice. Una frase che, dopo dieci domande, riporta quasi tutto al punto di partenza: non semplicemente che cosa faccia un presidente ma quale confine riconosca tra sé stesso e l’istituzione che temporaneamente rappresenta.

Tra poche settimane quel rapporto verrà inevitabilmente misurato anche nelle urne. Si conteranno seggi, maggioranze, Stati, percentuali e per qualche ora l’America tornerà a sembrarci perfettamente leggibile attraverso una mappa colorata di rosso e di blu. Ma l’America raccontata da Luzi in questa conversazione rimane più difficile da ridurre a una cartina: è quella di chi teme di perdere un accredito ma continua a cercare fonti, di chi era arrivato inseguendo il sogno americano e oggi ne riconosce anche le crepe, di una superpotenza che prova a chiudere guerre che non riesce più a controllare completamente e di una Casa Bianca nella quale persino una modifica architettonica può diventare, agli occhi di chi la osserva ogni giorno, un modo per capire qualcosa del presidente che la abita.

Forse è proprio questa la contraddizione finale dell’America di oggi: un Paese costruito sull’idea che nessun uomo sia più grande delle sue istituzioni continua a misurarsi con presidenti che provano, ogni volta, ad allargare i confini di ciò che quelle istituzioni consentono. E allora la domanda non riguarda più soltanto Trump, né soltanto questa Casa Bianca, né soltanto le elezioni di novembre. Riguarda il principio stesso su cui gli Stati Uniti hanno costruito la propria identità politica: se il potere appartenga davvero a chi lo esercita, oppure soltanto alla funzione che, per un tempo determinato, è chiamato a rappresentare.

Perché alla fine la Casa Bianca è questo: il luogo più potente d’America e, allo stesso tempo, una casa che nessun presidente può possedere.

Ed è forse proprio da lì che si misura una democrazia: non da quanto potere riesce a concentrare, ma da quanto riesce ancora a ricordare a chi lo esercita che quel potere non gli appartiene