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# Il politologo Fortunato: «Scopriremo se il Partito Repubblicano è ancora recuperabile»
- URL: https://focusamerica.it/il-politologo-fortunato-scopriremo-se-il-partito-repubblicano-e-ancora-recuperabile/
- Published: 2026-11-03T18:30:00.000Z
- Updated: 2026-11-03T18:30:00.000Z
- Description: Nel giorno delle elezioni di metà mandato, il politologo David Fortunato analizza la seconda presidenza Trump, il futuro dei Repubblicani e la tenuta delle istituzioni americane.
- Author: Salvatore Stanizzi
- Tags: The 51st, #ig-pubblicato

Oggi, 3 novembre 2026, gli Stati Uniti tornano alle urne per il primo grande banco di prova nazionale della seconda presidenza di Donald Trump, in un appuntamento elettorale il cui significato va ben oltre la conquista della maggioranza alla Camera dei Rappresentanti o al Senato. Mentre milioni di americani sono chiamati a scegliere i propri rappresentanti, il voto si intreccia con interrogativi che riguardano la capacità delle istituzioni di esercitare un controllo effettivo sul potere presidenziale, la responsabilità dei partiti e la tenuta di un sistema democratico che, attraverso la separazione dei poteri, dovrebbe impedire a una maggioranza politica di trasformare il consenso elettorale in un'autorità priva di limiti. Le elezioni di metà mandato diventano così non soltanto un giudizio sui primi due anni della nuova amministrazione, ma anche un'occasione per comprendere quale idea di governo e di democrazia gli americani intendano sostenere.

A discuterne con *The 51st*, la rubrica di Focus America dedicata a raccontare gli Stati Uniti attraverso le voci di chi ne studia e ne osserva le trasformazioni, è David Fortunato, professore associato alla School of Global Policy and Strategy della University of California San Diego e autore di *The Cycle of Coalition: How Parties and Voters Interact under Coalition Governance*. Studioso del rapporto tra istituzioni politiche, comportamento elettorale e responsabilità dei governi, Fortunato ha dedicato una parte significativa della propria attività accademica a comprendere come i cittadini interpretino le decisioni pubbliche, attribuiscano meriti e responsabilità agli attori politici e reagiscano agli incentivi prodotti dai diversi sistemi istituzionali. Una prospettiva particolarmente significativa nel momento in cui gli elettori americani si preparano a giudicare l'operato di un presidente che non compare direttamente sulla scheda elettorale, ma la cui figura continua a dominare il confronto politico nazionale.

La sua interpretazione delle elezioni è netta e non lascia molto spazio alle ambiguità. Fortunato considera le midterm un referendum sull'amministrazione Trump, nel quale il giudizio sull'economia, sulle politiche commerciali e sulle scelte internazionali della Casa Bianca non può essere separato dalla responsabilità politica del presidente e del Partito Repubblicano. Ma la questione che ritiene più significativa non riguarda necessariamente la capacità dei Democratici di costruire una nuova maggioranza elettorale. Riguarda piuttosto il futuro dei Repubblicani e la loro disponibilità a continuare a sostenere un'impostazione del potere che, secondo lo studioso, rischia di compromettere le condizioni stesse di una competizione democratica libera e corretta. È in questo contesto che Fortunato si spinge a formulare uno degli interrogativi più severi dell'intervista: se il Partito Repubblicano sia ancora recuperabile come interlocutore all'interno di un sistema di governo democratico.

Il problema, tuttavia, non si esaurisce nel confronto tra i due grandi partiti americani. Nelle parole di Fortunato emerge una preoccupazione più profonda per il funzionamento degli equilibri costituzionali, perché anche un eventuale cambiamento della maggioranza al Congresso potrebbe rivelarsi insufficiente senza una magistratura capace di risolvere le controversie tra il potere legislativo e quello esecutivo in maniera indipendente. La separazione dei poteri, in questa prospettiva, non è soltanto un principio scritto nella Costituzione, ma un equilibrio che richiede istituzioni disposte a esercitare concretamente le proprie prerogative. E quando il sostegno politico al presidente si estende a più centri decisionali, diventa ancora più difficile per i cittadini comprendere dove finisca la responsabilità di una singola amministrazione e dove cominci quella dell'intero sistema politico.

Eppure, sarebbe riduttivo leggere questa conversazione soltanto attraverso le preoccupazioni per la democrazia americana. Perché l'America raccontata da Fortunato non coincide interamente con quella che emerge dalle controversie di Washington, dalle divisioni del Congresso o dalle decisioni della Casa Bianca. È anche l'America di San Diego, la città californiana nella quale vive, dove la vicinanza al Messico e l'apertura verso il Pacifico hanno contribuito a costruire una società nella quale tradizioni, lingue e culture differenti si incontrano quotidianamente. È l'America che si riconosce nei quartieri, nei ristoranti, nelle aule universitarie e persino sul treno del mattino, dove la diversità non rappresenta un concetto astratto, ma un'esperienza concreta. Proprio questa ricchezza sociale, tuttavia, convive con un sistema elettorale che, secondo Fortunato, fatica a offrire ai cittadini una rappresentanza adeguata alla pluralità delle loro convinzioni e delle loro aspirazioni.

È forse questa la contraddizione più interessante che attraversa l'intervista: una società capace di accogliere e mescolare identità profondamente differenti, ma inserita in un sistema politico che spesso restringe le alternative disponibili e, con esse, persino la possibilità di immaginare soluzioni diverse ai problemi collettivi. Sullo sfondo rimane un ulteriore paradosso, quello di un'America che, secondo Fortunato, potrebbe essere compresa meglio dagli osservatori europei che da una parte dei suoi stessi cittadini, anche a causa di un sistema dell'informazione che lo studioso considera sempre meno capace di distinguere tra la rappresentazione equilibrata delle opinioni e il racconto accurato dei fatti.

Le domande a David Fortunato. La prima parte da una contraddizione. L'ultima, ancora una volta, dall'America che da questa parte dell'Atlantico continuiamo forse a non vedere.

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**1\. Se dovessi spiegare l'America di oggi attraverso una sola contraddizione, quale sceglieresti?**

“Esiste una tensione tra la diversità della nostra popolazione e la rigidità del nostro sistema elettorale, che impedisce a molti americani di trovare un partito politico nel quale riconoscersi pienamente e, allo stesso tempo, limita la nostra capacità di immaginare alternative politiche. Molti americani semplicemente non riescono a concepire la possibilità di accedere a politiche pubbliche e servizi che sono comuni in Paesi con livelli di ricchezza paragonabili ai nostri”.

**2\. Professor Fortunato, oggi, 3 novembre, gli americani sono chiamati alle urne per le elezioni di metà mandato, il primo grande test elettorale nazionale della seconda presidenza di Donald Trump. Al di là della composizione del prossimo Congresso, che cosa c'è davvero in gioco oggi? E quale risultato invierebbe il messaggio politico più significativo sul futuro della sua presidenza?**

“Se i Repubblicani riusciranno a mantenere il controllo del Senato, gli americani saranno probabilmente costretti a sopportare altri due anni di una politica fiscale caotica, fatta di dazi illegali, interventi all'estero e corruzione senza controlli. Ma per porre un freno a questa amministrazione che agisce al di fuori della legge non bastano maggioranze in entrambe le Camere del Congresso: serve anche una magistratura che attribuisca maggiore importanza allo Stato di diritto rispetto agli obiettivi di parte dei propri giudici. E queste elezioni non avranno alcuna influenza su quest'ultimo aspetto, se non forse impedendo ai Repubblicani di continuare a riempire i tribunali di magistrati di estrema destra fedeli al partito”.

**3\. Storicamente, le elezioni di metà mandato tendono a penalizzare il partito del presidente. Eppure Donald Trump ha dimostrato ripetutamente di saper sovvertire le aspettative politiche convenzionali. In quale misura ritieni che il voto di oggi sarà determinato da un giudizio sulla sua presidenza e in quale misura, invece, da fattori come l'economia, l'immigrazione e la mobilitazione delle rispettive basi elettorali?**

“Il presidente ha potuto agire senza controlli, quindi valutare l'andamento dell'economia significa valutare la sua presidenza. In meno di due anni Trump ha completamente compromesso un'economia che andava a gonfie vele, con un'inflazione stabile e piuttosto vicina all'obiettivo della Federal Reserve, attraverso decisioni politiche che hanno spinto l'inflazione oltre la crescita dei salari. Gli americani stanno affrontando prezzi elevati direttamente riconducibili alle scelte imprevedibili di Trump e al continuo sostegno che riceve dai suoi compagni di partito al Congresso e nella magistratura”.

**4\. Il Partito Democratico affronta queste elezioni con la speranza di riconquistare almeno una parte del controllo del Congresso, pur continuando a confrontarsi con interrogativi sulla propria identità politica e sulla capacità di costruire una maggioranza elettorale duratura. Una vittoria democratica rappresenterebbe soprattutto un rifiuto di Trump oppure potrebbe segnalare la nascita di una nuova coalizione politica? Al contrario, che cosa significherebbe un risultato deludente per il futuro del partito?**

“Queste elezioni riguardano interamente l'amministrazione Trump, quindi è difficile trarre conclusioni sul futuro del Partito Democratico sulla base dei suoi risultati elettorali. Quello che per me sarà più significativo è capire fino a che punto il Partito Repubblicano sia intenzionato a proseguire l'opera di Trump volta a compromettere elezioni libere e corrette, mantenere i Repubblicani al potere contro la volontà dei loro elettori o, più in generale, smantellare la democrazia americana. In altre parole, potremmo scoprire se il Partito Repubblicano sia ancora recuperabile come interlocutore nel governo democratico”.

**5\. Una parte importante della tua ricerca riguarda la rappresentanza politica, la responsabilità dei governi e il comportamento elettorale. In un sistema nel quale le responsabilità sono distribuite tra presidente, Congresso e governi statali, quanto efficacemente gli elettori riescono a individuare quali attori politici meritino il riconoscimento dei risultati positivi o la responsabilità di quelli negativi? E in che modo questo potrebbe influenzare la nostra interpretazione dei risultati delle elezioni di metà mandato?**

“In questo caso il problema dell'attribuzione delle responsabilità è semplice, perché i Repubblicani controllano tutti i rami del governo federale e sono completamente dediti a sostenere Trump. Alla luce di ciò, i risultati elettorali possono essere interpretati come un referendum sull'amministrazione Trump, ma questo comprende molti aspetti diversi: la frustrazione per i prezzi elevati provocati dai dazi e dalla guerra di Trump, l'indignazione per una corruzione evidente e la stanchezza di vedere l'attenzione del nostro Paese dominata da un'unica persona imprevedibile da oltre un decennio”.

**6\. Qualunque cosa accada oggi, Donald Trump rimarrà alla Casa Bianca per altri due anni. Se i Democratici conquistassero il controllo della Camera o del Senato, quanto efficacemente potrebbero limitare l'azione della sua amministrazione? Al contrario, se i Repubblicani mantenessero il controllo del Congresso, quali conseguenze avrebbe questo sugli equilibri del potere istituzionale? In definitiva, quanta influenza esercitano ancora le elezioni congressuali sulla direzione effettiva della politica americana?**

“Maggioranze democratiche in entrambe le Camere del Congresso avrebbero l'autorità necessaria per porre un freno ai dazi e alla guerra di Hormuz, ma nella pratica avrebbero anche bisogno che la magistratura giudicasse correttamente le controversie tra la Casa Bianca e il Congresso. Come ho già detto, queste elezioni non avranno alcun effetto su una magistratura piena di fedelissimi repubblicani, disposti ad attribuire all'amministrazione Trump poteri che la Costituzione semplicemente non le riconosce”.

**7\. Dopo anni dedicati allo studio del comportamento elettorale americano e delle istituzioni politiche, vorrei chiederti di mettere per un momento da parte il tuo ruolo di politologo. Qual è la tua America personale? C'è un luogo, un'esperienza, una persona o un ricordo che rappresenta per te il significato degli Stati Uniti al di là dei dati, delle elezioni e dell'analisi accademica?**

“Vivo a San Diego, in California, una splendida città americana al confine con il Messico, caratterizzata da una popolazione molto diversificata, che comprende anche numerosi immigrati, e dove si percepisce davvero l'influenza della nostra particolare posizione geografica. Alcuni quartieri ricordano chiaramente che siamo una città di confine, con sedi di attività commerciali messicane, ristoranti messicani e locali dedicati alla musica del Messico. Altri quartieri mostrano invece l'influenza dell'Asia orientale, legata al fatto di essere una grande città sulla costa del Pacifico, dove nello stesso centro commerciale si possono trovare punti vendita di catene taiwanesi, coreane e giapponesi.

E naturalmente, proprio perché questa è l'America, tutte queste diverse influenze culturali si mescolano in modi davvero interessanti. Lo vedo ogni mattina sul treno che prendo per andare al lavoro, nella mia aula universitaria e nel piccolo pub con birrificio artigianale del mio quartiere.

Se volete vedere il meglio di ciò che l'America può essere, venite a visitare San Diego durante il Barrio Logan Art Crawl, la settimana del Pride o la parata delle festività, prendete una lezione di surf e assaggiate tutto quello che vi capita a tiro”.

**8\. Qual è l'America che noi, dall'Europa, ancora non riusciamo a vedere?**

“A volte penso che gli europei comprendano l'America e gli americani meglio di quanto noi comprendiamo noi stessi. I media politici europei hanno una visione molto più chiara della reale condizione del nostro governo e della nostra politica rispetto ai nostri stessi mezzi d'informazione, che sono stati in larga misura conquistati dai simpatizzanti di Trump e sembrano più impegnati a dare spazio a entrambe le parti, come se fossero necessariamente equivalenti, che a raccontare accuratamente fatti semplici”.

L'ultima risposta di David Fortunato contiene un paradosso che merita di essere considerato con attenzione. Siamo abituati a pensare che, per comprendere davvero gli Stati Uniti, sia necessario guardarli dall'interno, conoscerne le istituzioni, attraversarne le contraddizioni e osservare da vicino le trasformazioni della società americana. Eppure, secondo Fortunato, potrebbe essere proprio la distanza europea a consentire talvolta uno sguardo più lucido sulla politica di Washington, soprattutto quando il confronto pubblico americano sembra incapace di distinguere tra la necessità di rappresentare posizioni differenti e quella, altrettanto essenziale, di riconoscere i fatti per ciò che sono. È una considerazione che non riguarda soltanto il giornalismo, ma il rapporto più profondo tra informazione e democrazia, perché la possibilità di scegliere liberamente chi governa presuppone anche quella di comprendere le conseguenze delle sue decisioni.

Ma c'è un'altra risposta che, forse più di tutte, permette di cogliere il significato di questa conversazione. Quando gli chiediamo di mettere da parte per un momento il ruolo di politologo e di raccontarci la propria America, Fortunato non sceglie un presidente, un evento storico o un simbolo nazionale. Sceglie San Diego. Racconta i quartieri nei quali la cultura messicana incontra quella americana, i negozi e i ristoranti che testimoniano l'influenza dell'Asia orientale, il treno che prende ogni mattina per andare al lavoro, la sua aula universitaria e il piccolo birrificio del quartiere. È una risposta apparentemente distante dalle questioni istituzionali che dominano l'intervista, eppure ne rappresenta forse il contrappunto più significativo, perché restituisce l'immagine di un Paese nel quale la convivenza tra identità differenti continua a produrre esperienze comuni, anche quando la politica sembra incapace di rappresentarne pienamente la complessità.

La contraddizione dalla quale siamo partiti assume così un significato ancora più preciso. Da una parte, una società straordinariamente diversificata, capace di trasformare la propria pluralità culturale in una delle caratteristiche più riconoscibili della vita americana. Dall'altra, un sistema politico che, nella lettura di Fortunato, limita le possibilità di rappresentanza e rischia di restringere l'orizzonte delle alternative che i cittadini riescono persino a immaginare. In mezzo ci sono le istituzioni, chiamate non soltanto a tradurre il voto in una distribuzione del potere, ma anche a garantire che quel potere rimanga sottoposto a regole, responsabilità e controlli effettivi. È qui che le preoccupazioni dello studioso per il futuro del Partito Repubblicano, per l'indipendenza della magistratura e per la tenuta degli equilibri costituzionali acquistano un significato che supera il confronto elettorale del momento: una democrazia non può considerarsi al sicuro soltanto perché continua a celebrare elezioni, se vengono progressivamente indebolite le condizioni che rendono quelle elezioni libere, competitive e capaci di produrre un'autentica alternanza.

Oggi, 3 novembre, gli americani votano e, nelle prossime ore, cominceremo a conoscere le loro scelte. Sapremo quali candidati avranno prevalso, quali maggioranze emergeranno al Congresso e quale messaggio politico il Paese avrà deciso di inviare alla Casa Bianca. Ma nessun risultato elettorale, da solo, potrà risolvere gli interrogativi che attraversano questa conversazione. Perché la tenuta di una democrazia non dipende esclusivamente dalla possibilità di scegliere i propri rappresentanti, ma anche dalla capacità delle istituzioni di riconoscere i limiti del potere, dalla responsabilità di chi lo esercita e dalla possibilità, per i cittadini, di immaginare un futuro politico diverso da quello che viene loro presentato come inevitabile. Il voto può modificare una maggioranza, ma è il funzionamento delle istituzioni a determinare se quella scelta riuscirà davvero a tradursi in un cambiamento degli equilibri politici.

Forse è proprio questo che l'America di San Diego può ricordare all'America di Washington: che la forza di un Paese non risiede nella pretesa di essere una cosa sola, ma nella capacità di permettere a milioni di persone differenti di riconoscersi in un destino comune, senza dover rinunciare alle proprie identità. E che la democrazia non è soltanto un meccanismo attraverso il quale si attribuisce il potere, ma una promessa continuamente rinnovata, quella secondo cui nessuna maggioranza può considerarsi proprietaria delle istituzioni e nessun presidente può confondere il mandato ricevuto con un diritto illimitato a governare.

Alla fine, la domanda che attraversa questa intervista non riguarda soltanto la possibilità che gli Stati Uniti riescano a preservare le proprie istituzioni, ma anche la capacità di quelle istituzioni di continuare a rappresentare la società che esiste al di fuori dei palazzi del potere. L'America che Fortunato racconta non vive soltanto nelle sue elezioni, nelle sue maggioranze o nelle decisioni dei suoi presidenti. Vive nelle strade di San Diego, nelle comunità che si incontrano, nelle identità che convivono e nelle possibilità che milioni di cittadini continuano a immaginare per il proprio futuro. È un'America che non può essere racchiusa in un partito, identificata con un presidente o ridotta al risultato di una singola notte elettorale.

Oggi l'America decide a chi affidare il potere, da domani dovrà ricordare a chi quel potere appartiene.