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# Il candidato più votato potrebbe diventare presidente senza abolire il Collegio Elettorale
- URL: https://focusamerica.it/il-candidato-piu-votato-potrebbe-diventare-presidente-senza-abolire-il-collegio-elettorale/
- Published: 2026-11-08T12:30:00.000Z
- Updated: 2026-11-08T12:30:00.000Z
- Description: Oggi un candidato può conquistare la Casa Bianca anche ottenendo meno voti del rivale a livello nazionale. Ma un accordo tra Stati punta a far vincere invece il candidato più votato. Dopo le midterm, i dem potrebbero raccogliere le adesioni necessarie per rendere realtà questo scenario già nel 2028.
- Author: Daniele John Angrisani
- Tags: Elezioni, USA 2028, USA 2026, Midterm, Democrazia, #ig-pubblicato

Le elezioni di metà mandato del 3 novembre hanno [avvicinato come mai prima](https://electoralvotemap.com/national-popular-vote-interstate-compact/?ref=focusamerica.it) d'ora la possibilità che a decidere il prossimo presidente degli Stati Uniti sia il voto popolare nazionale, senza abolire il Collegio Elettorale. Lo strumento attraverso il quale raggiungere questo risultato si chiama *National Popular Vote Interstate Compact*, un accordo a cui aderiscono 18 Stati e il District of Columbia, per un totale di 222 grandi elettori. Per diventare operativo devono aderire Stati in misura tale da raggiungere almeno quota 270, vale a dire la maggioranza assoluta dei 538 che eleggono il presidente.

Dopo il [voto](https://focusamerica.it/i-democratici-hanno-stravinto-le-midterm/?utm%5Fsource=chatgpt.com), i democratici avranno il controllo del governatore e la maggioranza in entrambe le camere legislative di cinque Stati che non hanno ancora aderito a questo patto: Pennsylvania, Michigan, Arizona, Wisconsin e Nevada. Insieme valgono 61 grandi elettori. Se entrassero tutti nell'accordo, il totale salirebbe a 283, superando di gran lunga la soglia necessaria. Le presidenziali del 2028, per le quali la [mappa elettorale](https://focusamerica.it/dopo-le-midterm-la-mappa-per-il-2028-e-molto-piu-difficile-per-i-repubblicani/?utm%5Fsource=chatgpt.com) è già diventata più difficile per i repubblicani, potrebbero così diventare le prime in cui il patto potrebbe entrare in vigore, garantendo così la vittoria al candidato più votato nel Paese.

Il presidente americano, infatti, non viene eletto direttamente dai cittadini. Ogni Stato dispone di un numero di grandi elettori pari alla somma dei propri deputati e dei due senatori – tranne il District of Columbia che ne ha 3 pur non avendo rappresentanti al Congresso. Quasi tutti gli Stati assegnano l'intero pacchetto al candidato che ottiene più voti nel loro territorio. Fanno eccezione Maine e Nebraska, dove due grandi elettori vanno al vincitore a livello statale e gli altri vengono assegnati in base al risultato nei singoli distretti congressuali. Questo sistema permette talvolta di conquistare la Casa Bianca anche arrivando secondi nel voto popolare nazionale, cosa accaduta cinque volte nella storia, le ultime due nel 2000 con George W. Bush e nel 2016 con Donald Trump.

Per abolire il Collegio Elettorale a tutti gli effetti servirebbe un emendamento costituzionale: nella procedura ordinaria, dovrebbe essere approvato dai due terzi di ciascuna camera del Congresso e poi ratificato da almeno 38 Stati su 50\. Il tentativo che arrivò più vicino al risultato risale al 1969, quando la Camera approvò l'elezione diretta con 339 voti contro 70\. L'anno successivo, però, la proposta si arenò al Senato per l'ostruzionismo dei suoi avversari.

Il patto segue invece una strada diversa. Si basa sull'Articolo II della Costituzione, che attribuisce a ciascun parlamento statale il potere di stabilire come nominare i propri grandi elettori. Gli Stati aderenti si impegnano ad assegnarli tutti al candidato che ottiene più voti a livello nazionale, anche se nel loro territorio ha vinto un avversario. Una volta raggiunta la soglia di 270, il vincitore del voto popolare avrebbe quindi i grandi elettori necessari per diventare presidente. Il Collegio Elettorale resterebbe così formalmente in piedi, ma il suo esito seguirebbe quello del voto nazionale.

In concreto, le autorità elettorali degli Stati membri sommerebbero i risultati certificati dei 50 Stati e del District of Columbia, individuando il candidato più votato e nominando i grandi elettori a lui collegati. Finché l'accordo resta sotto la soglia, invece, ciascun Stato membro continua ad applicare il proprio attuale sistema di assegnazione.

L'iniziativa fu lanciata nel 2006 da *National Popular Vote*, un'associazione fondata dall'informatico John Koza. Il Maryland aderì per primo nel 2007, mentre l'ultimo ingresso è stato quello della Virginia, che ha [approvato l'adesione](https://www.npr.org/2026/04/14/nx-s1-5742595/virginia-popular-vote-compact?ref=focusamerica.it) nell'aprile 2026, dopo che le elezioni del 2025 avevano consegnato ai democratici anche la carica di governatore. Il Partito Repubblicano della Virginia ha definito la legge "un attacco incostituzionale alla nostra democrazia".

Il meccanismo, però, non favorisce necessariamente lo stesso partito. Nel 2024 Trump ha vinto anche il voto popolare, con il 49,8% contro il 48,3% di Kamala Harris, oltre a conquistare 312 grandi elettori. Se il patto fosse stato operativo, tutti gli attuali Stati membri avrebbero dovuto assegnare a lui i propri voti elettorali, pur avendo preferito Harris.

Collegio Elettorale 

Cinque Stati possono portare il patto sul voto popolare *oltre quota 270*

Gli Stati che aderiscono al National Popular Vote Interstate Compact si impegnano a dare i loro grandi elettori al candidato più votato nel Paese. Oggi il patto vale 222 voti su 538\. Dopo le elezioni del 3 novembre, i democratici controllano governatore e Parlamento in cinque Stati che non hanno ancora aderito.

Grafica di FocusAmerica7 novembre 2026

Il simulatore dei 270

Grandi elettori nel patto

222su 270

Mancano **48** grandi elettori perché il patto entri in vigore.

Soglia: 270

0538 grandi elettori

Stati aderenti e DC Possono aderire Aggiunti nella simulazione 

Pennsylvania (19), Michigan (15), Arizona (11), Wisconsin (10) e Nevada (6) valgono insieme 61 grandi elettori: con tutti e cinque il patto arriverebbe a 283.

Tocca gli Stati in oro, sulla mappa o qui sopra. \*In Arizona i risultati sono ancora provvisori. Tutti e cinque Azzera Rivedi le adesioni 

**Pennsylvania e Michigan sono indispensabili.** Senza la Pennsylvania, gli altri quattro Stati portano il patto a 264; senza il Michigan, a 268\. Le combinazioni minime per superare la soglia sono tre:

Il precedente del 2024

Il patto non aiuta per forza i democratici: nel 2024 avrebbe premiato Trump

Trump ha vinto anche il voto popolare, con il 49,8% contro il 48,3% di Harris. Con il patto in vigore, gli Stati aderenti avrebbero dovuto dare a lui i loro grandi elettori, pur avendo votato Harris.

Risultato reale Con il patto in vigore 

Harris226

Trump312

grandi elettori

grandi elettori

270

Nel riquadro, i 221 grandi elettori che Harris aveva vinto negli Stati oggi aderenti. Il Maine aveva già dato a Trump un grande elettore, quello del 2º distretto. Simulazione con gli Stati aderenti nel 2026.

Le maggioranze ci sono, le leggi no

Nessuno dei cinque Stati ha mai completato l'adesione

I tentativi falliti finora e le scadenze per arrivare in tempo alle presidenziali del 2028.

L'argomento dei promotori

Il voto di un abitante del Wyoming pesa quasi quattro volte quello di un californiano

Abitanti per ogni grande elettore, secondo il censimento del 2020: meno sono, più conta ciascun voto.

3,8volte: tanto vale un voto del Wyoming rispetto a uno della California nel Collegio Elettorale.

La campagna del 2024 si è giocata in sette Stati

Stati in bilico: Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin.

L'opinione pubblica

La maggioranza degli americani vuole il voto popolare, ma i partiti sono divisi

Favorevoli a cambiare la Costituzione perché vinca il candidato più votato a livello nazionale, settembre 2024.

58%di tutti gli americani

Gallup, 3-15 settembre 2024\. Nello stesso periodo Pew Research Center ha rilevato il 63% di favorevoli al voto popolare nazionale.

Il nodo

Anche a quota 270 la partita non sarebbe chiusa. Per alcuni accordi tra Stati la Costituzione richiede il consenso del Congresso, e la Corte Suprema non ha mai stabilito se il patto rientri tra questi: **con ogni probabilità sarebbe chiamata a decidere**.

FonteNational Popular Vote (Stati aderenti); Axios e KTAR (elezioni statali del 3 novembre 2026, in Arizona risultati preliminari); FEC (presidenziali 2024); U.S. Census Bureau (popolazione 2020); FairVote (eventi elettorali 2024); Gallup e Pew Research Center (settembre 2024).

### **Le maggioranze ci sono, l'adesione resta in dubbio**

I risultati delle elezioni statali hanno aperto la strada all’adesione dei cinque Stati che potrebbero far scattare il patto. I democratici hanno [conquistato](https://stateline.org/2026/11/04/in-blue-wave-democrats-flipped-legislatures-won-trifectas-and-toppled-gop-supermajorities/?utm%5Fsource=chatgpt.com) la maggioranza al Senato della Pennsylvania e alla Camera del Michigan. In Wisconsin hanno ottenuto il controllo di entrambe le camere, per la prima volta in 18 anni. Anche in Arizona i risultati preliminari indicano una maggioranza democratica in entrambe le camere: non accadeva da 60 anni. In Nevada, dove il partito controllava già il Parlamento statale, il procuratore generale Aaron Ford ha sconfitto il governatore repubblicano Joe Lombardo.

Alla luce di questi risultati, l’organizzazione *National Popular Vote* ha [indicato una possibile strada](https://www.nationalpopularvote.com/midterm-election-results-5-states-provide-way-national-popular-vote-reach-270-during-2027?utm%5Fsource=chatgpt.com) per raggiungere già nel 2027 la soglia necessaria: l’adesione di Stati che rappresentino complessivamente almeno 270 grandi elettori.

Non è necessario che aderiscano tutti e cinque gli Stati. Con l’ingresso di Pennsylvania, Michigan e Arizona, che contano rispettivamente 19, 15 e 11 grandi elettori, il patto arriverebbe a quota 267\. Per superare la soglia dei 270 basterebbe quindi l’adesione di uno solo tra Wisconsin e Nevada, i cui nuovi Parlamenti si insedieranno a gennaio.

Per applicare il patto alle presidenziali del 2028, le leggi di adesione necessarie a raggiungere quella soglia dovranno essere approvate ed entrare in vigore entro il 20 luglio 2028\. L’accordo impedisce inoltre ritiri con effetto immediato a ridosso del voto: se uno Stato decidesse di uscire dal patto dal 20 luglio in poi, il ritiro diventerebbe effettivo soltanto dopo l’insediamento del presidente o del vicepresidente per il mandato successivo.

Nel lungo periodo conteranno però anche i cambiamenti demografici. Dopo il censimento del 2030, i seggi della Camera e, di conseguenza, i grandi elettori saranno ridistribuiti tra gli Stati in base alla popolazione. Secondo una proiezione che estende fino al 2030 i ritmi di crescita registrati dal 2020, gli Stati oggi aderenti al patto passerebbero complessivamente da 222 a 211 grandi elettori, soprattutto per le perdite previste in California, New York e Illinois.

Disporre delle maggioranze necessarie, però, non garantisce che l’adesione venga approvata. In tutti e cinque gli Stati sono già state presentate proposte, ma nessuna è mai diventata legge. In Michigan, la Camera statale approvò il patto nel 2008, senza che l’iter fosse completato. L’adesione non arrivò neppure nel biennio 2023-2024, quando i democratici controllavano sia il governatorato sia il Parlamento statale: nel giugno 2023 una proposta ottenne il via libera della Commissione elettorale della Camera, ma non divenne legge. In Arizona, invece, ad approvare il patto nel 2016 fu la Camera a maggioranza repubblicana, anche in quel caso senza completare l’adesione.

In Nevada il Parlamento statale votò a favore nel 2019, ma il governatore democratico Steve Sisolak pose il veto, sostenendo che l'accordo avrebbe ridotto il peso dello Stato nelle presidenziali. Un successivo tentativo di inserire l'adesione nella Costituzione statale si fermò nel 2025\. Il timore di perdere influenza è condiviso anche da altri esponenti democratici degli Stati in bilico, abituati alle attenzioni che i candidati riservano loro ogni quattro anni. 

Resta infine il nodo legale. Il patto non ha mai raggiunto la soglia necessaria per entrare in funzione e la sua costituzionalità non è stata ancora accertata. I sostenitori richiamano l’Articolo II della Costituzione, che riconosce agli Stati un ampio potere nella scelta dei grandi elettori. Nel 2020 la Corte Suprema ha [confermato](https://www.supremecourt.gov/opinions/19pdf/19-465%5Fi425.pdf?ref=focusamerica.it) che gli Stati possono obbligarli a rispettare l’impegno di voto preso a favore di un candidato. Quella sentenza, però, non ha stabilito se il patto sia costituzionalmente legittimo.

Gli oppositori richiamano invece la clausola della Costituzione che subordina alcuni accordi tra Stati al consenso del Congresso. Secondo la giurisprudenza della Corte Suprema, questo consenso è necessario quando un’intesa rafforza il potere politico degli Stati in misura tale da poter interferire con l’autorità federale. Per i critici, il patto rientrerebbe proprio in questa categoria e inciderebbe anche sugli interessi degli Stati che non vi aderiscono. Se gli aderenti arrivassero a rappresentare almeno 270 grandi elettori, la questione finirebbe quasi certamente davanti ai giudici della Corte Suprema.

### **L'uguaglianza del voto e il rischio di "50 Floride"**

Il primo argomento dei sostenitori del voto popolare nazionale è che ogni voto dovrebbe avere lo stesso peso. Nel Collegio Elettorale, invece, anche lo Stato meno popolato dispone di almeno 3 grandi elettori. Rapportando popolazione e rappresentanza, Alex Cohen del *Brennan Center for Justice* ha [calcolato](https://electoralvotemap.com/5-reasons-to-abolish-the-electoral-college/?utm%5Fsource=chatgpt.com) che il voto di un abitante del Wyoming pesa quasi quattro volte uno della California.

Il secondo argomento riguarda la geografia delle campagne elettorali. Secondo i dati di *FairVote* riportati da *National Popular Vote*, 246 dei 262 eventi della campagna presidenziale del 2024, il 94% degli eventi elettorali si sono svolti in appena sette Stati in bilico, dove vive poco meno del 20% degli americani. Con il voto nazionale, sostengono i promotori, i candidati avrebbero interesse a cercare consensi anche negli Stati oggi considerati oggi come sicuri per l'uno o per l'altro partito. Lo storico di Stanford Jack Rakove ha attribuito a questo sistema un possibile effetto unificante: a decidere sarebbero i singoli elettori, anziché i blocchi statali. Il costituzionalista di Yale Akhil Reed Amar ha inoltre osservato che tutti gli Stati eleggono già il proprio governatore con il voto popolare. 

L'idea dell'elezione popolare gode anche di un consenso maggioritario nei sondaggi, che non si traduce però necessariamente in sostegno al patto. Nel settembre 2024 *Gallup* ha [rilevato](https://news.gallup.com/poll/651353/americans-favor-replacing-electoral-college-system.aspx?ref=focusamerica.it) che il 58% degli americani era favorevole a un emendamento costituzionale per far vincere il candidato più votato a livello nazionale, mentre il 39% preferiva mantenere il sistema attuale. Nello stesso mese *Pew* ha registrato un sostegno del 63% al principio del voto popolare nazionale. Le posizioni dei partiti restano però molto distanti tra loro: nel sondaggio *Gallup* la riforma raccoglieva l'82% dei consensi tra i democratici e il 32% tra i repubblicani. Nel 2019, invece, una domanda specifica sull'accordo tra Stati aveva trovato contrario il 53% degli americani. Tra i sostenitori del patto figurano *Common Cause*, la *League of Women Voters* e anche alcuni esponenti repubblicani, come l'ex presidente della Camera Newt Gingrich. 

I difensori del Collegio Elettorale rispondono invece che il sistema è parte integrante del federalismo americano. Lo storico Allen Guelzo ha scritto su *National Affairs* nel 2018 che, se si abbandonasse il principio secondo cui gli Stati contano nell'elezione del presidente, la stessa logica porterebbe a mettere in discussione la rappresentanza del Senato, dove ogni Stato ha due rappresentanti indipendentemente dalla popolazione. Il giudice federale Richard Posner ha invece [sostenuto](https://electoralvotemap.com/5-reawsons-to-keep-the-electoral-college/?utm%5Fsource=chatgpt.com), in un articolo pubblicato da *Slate* nel 2012, che il Collegio Elettorale spinge i candidati a costruire coalizioni in più regioni e contribuisce a produrre "il presidente di tutti". Secondo Posner, inoltre, il sistema tende a trasformare una vittoria popolare di misura in una maggioranza elettorale più netta: nel 1992 Bill Clinton ottenne il 43% dei voti, ma conquistò 370 grandi elettori.

Un’altra obiezione riguarda le contestazioni dei risultati. La politologa Judith Best ha evocato il rischio di "50 Floride": se il distacco tra i candidati a livello nazionale fosse minimo, potrebbero essere richiesti riconteggi in tutto il Paese, anziché in un solo Stato decisivo, come accadde in Florida nel 2000\. Le verifiche seguirebbero le diverse regole dei 50 Stati e del District of Columbia, senza una procedura nazionale uniforme per coordinarle. Gli oppositori sottolineano inoltre che il patto non prevede un ballottaggio: con più candidati in corsa, si potrebbe quindi diventare presidente anche con molto meno del 50% dei voti. Uno Stato aderente potrebbe poi dover assegnare tutti i propri grandi elettori a un candidato che non ha vinto al suo interno, come sarebbe accaduto a tutti gli attuali Stati membri nel 2024\.