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# I dazi di Trump non convincono nemmeno gli operai
- URL: https://focusamerica.it/i-dazi-di-trump-non-convincono-nemmeno-gli-operai/
- Published: 2026-09-21T12:00:33.000Z
- Updated: 2026-09-21T12:00:34.000Z
- Description: Nei sondaggi anche i bianchi senza laurea dicono che i dazi hanno peggiorato i loro conti, mentre in Ohio e in Michigan i democratici fanno campagna contro il protezionismo del presidente
- Author: Redazione
- Tags: Economia, Dazi, USA 2026, Midterm, Donald Trump

Il protezionismo doveva essere la strada più diretta per conquistare gli elettori operai. Ora che il presidente Donald Trump lo ha messo in pratica su vasta scala, negli Stati e nei collegi industriali sta succedendo il contrario: i candidati democratici fanno campagna contro i dazi senza alcuna prudenza mentre i repubblicani faticano a difenderli.

Secondo un'analisi di Ronald Brownstein pubblicata dalla [CNN](https://edition.cnn.com/2026/09/20/politics/trump-tariffs-working-class?ref=focusamerica.it), Trump ha portato avanti la politica commerciale più aggressiva di qualsiasi presidente americano almeno dai tempi di William McKinley, alla fine dell'Ottocento. "Tutti gli altri ne avevano parlato, Trump lo ha fatto davvero", ha detto alla CNN Douglas Holtz-Eakin, presidente dell'American Action Forum, un centro studi di orientamento conservatore. "E gli elettori rispondono: no grazie".

Per decenni una lunga fila di aspiranti presidenti di entrambi i partiti aveva promesso una linea dura sul commercio estero, dal repubblicano John Connally nel 1980 ai democratici Walter Mondale e Richard Gephardt negli anni Ottanta, fino a Patrick Buchanan e all'indipendente Ross Perot negli anni Novanta. Nessuno di loro arrivò alla Casa Bianca e quindi nessuno ebbe mai modo di applicare davvero quel programma.

Dagli anni Trenta in poi i presidenti americani, repubblicani e democratici, hanno quasi sempre difeso il libero scambio, lasciando al Congresso la spinta protezionista, ricorda Douglas Irwin, professore di economia al Dartmouth College e storico della politica commerciale statunitense. "Nessun presidente nella storia moderna ha usato la minaccia dei dazi quanto Donald Trump", ha detto Irwin. Alan Tonelson, analista di politica commerciale e sostenitore delle restrizioni alle importazioni, colloca il paragone a McKinley e agli anni Novanta dell'Ottocento. Irwin va più indietro ancora e pensa a Thomas Jefferson, che nel 1807 impose un embargo su ogni commercio con l'Inghilterra e con la Francia napoleonica, una scelta che si rivelò un fallimento.

Nel primo mandato Trump si era già allontanato dalla linea di libero scambio dei suoi tre predecessori, Barack Obama, George W. Bush e Bill Clinton. Aveva rinegoziato il NAFTA, l'accordo di libero scambio nordamericano voluto da Clinton, aveva accantonato l'intesa panasiatica negoziata da Obama e mai sottoposta al Congresso e aveva imposto dazi soprattutto su acciaio e alluminio, oltre che su una lunga lista di prodotti cinesi. Nel secondo mandato ha cambiato scala: ha imposto, ritirato e reimposto dazi, ha minacciato, ha aperto indagini e ha riscritto le regole degli scambi con decine di Paesi, colpendo alleati come il Canada e l'Unione Europea con la stessa durezza riservata alla Cina.

Prima di Trump molti dirigenti politici pensavano che il protezionismo fosse conveniente sul piano elettorale ma pericoloso su quello diplomatico, ha detto Holtz-Eakin. Per questo nessun repubblicano si spingeva fino in fondo. Trump non si è curato delle conseguenze internazionali e così, per la prima volta, si è potuto osservare l'effetto economico dei dazi in purezza. La reazione è stata molto diversa da quella che il presidente e gli altri falchi del commercio si aspettavano.

Stanley Greenberg, sondaggista democratico che studia dagli anni Ottanta la perdita di consensi del suo partito tra i bianchi senza laurea, attribuisce alla linea dura sul commercio una parte dello sfondamento di Trump nel 2016 contro Hillary Clinton, in comunità industriali in crisi che in molti casi avevano votato Obama. "Clinton e Obama sono stati danneggiati dal non aver capito questi sentimenti nel Midwest industriale", ha detto Greenberg. Secondo lui quella battaglia contro i cattivi accordi commerciali permise a Trump di presentarsi come il difensore degli elettori dimenticati.

L'assunto condiviso dai due partiti almeno dagli anni Settanta è che sul commercio la linea di divisione sia il titolo di studio, con i laureati favorevoli all'apertura e gli elettori operai favorevoli alle restrizioni per proteggere i posti di lavoro nell'industria. Quella divisione esiste ancora: il sondaggio annuale di politica estera del Chicago Council on Global Affairs, un centro studi di Chicago, nel 2025 ha trovato che quasi due terzi dei bianchi senza laurea preferivano una politica commerciale che limita le importazioni per difendere l'occupazione a una che le lascia libere per abbassare i prezzi. I bianchi laureati si dividevano a metà, mentre una leggera maggioranza dei non bianchi senza laurea sceglieva la politica orientata ai prezzi. I non bianchi laureati erano i più contrari in assoluto alle restrizioni.

Nella pratica i dazi piacciono molto meno che in teoria. In un sondaggio del Pew Research Center di gennaio il 60 per cento degli americani era contrario agli aumenti decisi dal presidente e chi diceva di essere stato danneggiato nella vita familiare era più del doppio di chi si diceva avvantaggiato. In un sondaggio CNN condotto da SSRS ad aprile gli americani che dicevano di aver visto peggiorare i propri conti erano quattro volte quelli che parlavano di un miglioramento. Rilevazioni recenti della Marquette Law School in Wisconsin e della Bowling Green State University in Ohio, due Stati a forte vocazione manifatturiera, hanno trovato entrambe circa il 60 per cento di contrari. I sondaggi diffusi questo mese sulla nuova guerra commerciale con il Canada registrano un'opposizione ancora più larga negli Stati di confine: in Michigan e in Maine due terzi o più degli elettori hanno detto che i dazi sul Canada fanno male al proprio Stato.

I bianchi senza laurea restano il gruppo più indulgente verso la linea del presidente. Nel sondaggio Pew di gennaio si dividevano a metà sull'approvazione dei dazi, che è comunque una resistenza inedita in un elettorato che lo ha sostenuto con un rapporto di due a uno in tutte e tre le sue corse presidenziali. Anche tra loro, però, la maggioranza pensa che i dazi abbiano peggiorato la propria situazione economica: nel sondaggio CNN di aprile chi parlava di un danno era quasi il triplo di chi parlava di un vantaggio. Grandi maggioranze di bianchi senza laurea si sono dette contrarie ai dazi sul Canada sia in Maine sia in Michigan.

Negli altri gruppi lo squilibrio è ancora più netto. Nei sondaggi nazionali della CNN due terzi degli elettori neri e tre quarti degli ispanici hanno detto che i dazi hanno peggiorato i loro conti, una risposta data anche da circa sette bianchi laureati su dieci. In Maine i bianchi laureati si sono detti contrari ai dazi sul Canada con un rapporto di undici a uno.

Una parte del problema è il modo imprevedibile con cui i dazi sono stati imposti, tolti e poi rimessi, cosa che ammette anche chi li sostiene. "È uno spettacolo inquietante oltre ogni necessità", ha detto Tonelson. L'ostacolo più grande, però, è il momento in cui il presidente ha scelto di muoversi, quando la prima preoccupazione degli elettori è il costo della vita. "Ha deciso di fare questi dazi in un modo che ha fatto salire i prezzi in un periodo di rabbia incredibile per il costo della vita", ha detto Greenberg, secondo cui l'apertura alle misure protezioniste vista nel primo mandato è stata spazzata via dalla nuova fase di inflazione. Concorda lo stratega repubblicano del Wisconsin Mark Graul, per il quale i dazi non funzionano sul piano politico per un motivo semplice: vengono incolpati dei rincari che le persone vedono ogni giorno.

Il comportamento dei candidati racconta il cambiamento ancora meglio dei sondaggi. Che le critiche arrivino da Josh Turek e Adam Hamilton, candidati democratici al Senato in Iowa e in Kansas, dove i sondaggi [registrano](https://focusamerica.it/dai-sondaggi-arrivano-segnali-dallarme-per-i-repubblicani-in-florida-kansas-e-texas/) corse in bilico, o dall'indipendente Dan Osborn in Nebraska non sorprende: i dazi alti sono sempre stati impopolari negli Stati agricoli per il timore delle ritorsioni sulle esportazioni.

Più rivelatrice è l'opposizione dei democratici che corrono negli Stati manifatturieri, dove molti elettori diffidano da tempo degli accordi di libero scambio. In Michigan i due candidati democratici alla guida dello Stato e al Senato, Jocelyn Benson e Abdul El-Sayed, hanno attaccato i rispettivi avversari repubblicani per il sostegno ai dazi, in particolare a quelli sul Canada. La deputata democratica Kristen McDonald Rivet, che rappresenta un collegio operaio in difficoltà attorno a Flint, ha attribuito al "regime caotico dei dazi" e alle politiche commerciali "sconsiderate" del presidente la chiusura di uno stabilimento di semiconduttori nel suo territorio. "È quel caos che fa chiudere le aziende", ha accusato.

In Ohio Brian Poindexter, operaio metalmeccanico candidato in un collegio a sud di Cleveland contro il deputato repubblicano Max Miller, ha girato uno spot a tema football in cui promette di bloccare i cattivi accordi commerciali. In un'intervista ha detto che avrebbe votato contro il NAFTA se fosse stato al Congresso all'epoca, ma che i dazi generalizzati hanno fatto salire i costi per le famiglie dei lavoratori. "Penso che i dazi possano essere molto utili per pareggiare il campo di gioco", ha aggiunto, "ma non ha senso mettere dazi su cose che in America non produciamo".

La reazione più significativa è quella dell'ex senatore democratico dell'Ohio Sherrod Brown, che sfida il repubblicano Jon Husted. Nessun democratico ha una storia più lunga di critiche al libero scambio, eppure anche Brown liquida la politica commerciale del presidente senza riserve. I dazi "chiaramente non hanno funzionato", ha detto, dappertutto si paga di più per ogni cosa e la nuova ondata di misure contro il Canada rende ancora peggiore una politica già fallimentare.

Quasi nessun repubblicano ha rotto con il presidente, con l'eccezione della senatrice Susan Collins, che ha criticato con cautela i dazi sul Canada. La grande maggioranza dei parlamentari repubblicani ha votato più volte per difenderli. "Guardate, questi dazi funzionano", ha insistito il senatore del Kansas Roger Marshall durante un dibattito con Hamilton, tra i fischi del pubblico.

Anche Tonelson sostiene che dal punto di vista economico le cose siano andate molto bene e cita l'aumento della produzione manifatturiera totale nel secondo mandato, che resta però sotto i livelli toccati nel primo mandato di Trump e nel secondo di Obama. Il dato politicamente più rilevante è un altro: quante persone lavorano nell'industria. Nonostante la crescita degli ultimi mesi, gli occupati nel settore manifatturiero sono oggi poco meno di quando il presidente si è insediato, 12 milioni e 638 mila contro 12 milioni e 673 mila (appena il 7,5 per cento di tutti i lavoratori americani). Il livello di oggi è solo di poco superiore a quello del 2017, quando Trump entrò alla Casa Bianca la prima volta. "Anche chi all'inizio diceva di volergli dare fiducia ora dice che non sta portando risultati", ha detto Eva Kemp, direttrice della comunicazione a pagamento di American Bridge, un gruppo vicino ai democratici che lavora sugli elettori operai.

Quei numeri sull'occupazione indicano il problema di fondo del protezionismo: lo squilibrio tra chi ci guadagna e chi ci perde. Nella migliore delle ipotesi i dazi potrebbero aggiungere qualche centinaio di migliaia di posti nell'industria, ma chi un giorno otterrà quei posti sarà sempre una minoranza rispetto a chi paga prezzi più alti oggi. "Anche se fosse assolutamente la cosa giusta da fare, è molto difficile convincere le persone che reagiscono ai costi immediati", ha detto William Galston, ricercatore della Brookings Institution e analista vicino ai democratici.

Il presidente in privato ha [ammesso](https://focusamerica.it/in-privato-trump-ammette-che-le-sue-scelte-hanno-peggiorato-la-situazione-dei-repubblicani/) che le sue scelte hanno peggiorato le prospettive del partito in vista del voto di novembre. Difficilmente i democratici torneranno all'entusiasmo di Obama e Bill Clinton per gli accordi di libero scambio, ma secondo Galston il prossimo presidente democratico sostituirà con il bisturi il martello usato da Trump. La domanda più grande è se l'onda protezionista che ha attraversato il Partito Repubblicano comincerà a ritirarsi nel caso in cui i dazi costeranno il seggio ad alcuni parlamentari repubblicani.