> ## Content Index
> Fetch the complete content index at: https://focusamerica.it/llms.txt
> Use this file to discover other available public pages before exploring further.

# Gli elettori Dem non vogliono un partito più a sinistra, ma più aggressivo
- URL: https://focusamerica.it/gli-elettori-dem-non-vogliono-un-partito-piu-a-sinistra-ma-piu-aggressivo/
- Published: 2026-09-10T14:30:17.000Z
- Updated: 2026-09-10T14:30:17.000Z
- Description: Sarah Longwell ha condotto oltre 400 focus group durante l'era Trump: moderati e progressisti usano le stesse parole e chiedono ai loro leader di combattere di più.
- Author: Lorenzo Ruffino
- Tags: Politica interna, Democratici, Donald Trump, USA 2028, Primarie Democratiche, #ig-pubblicato

Gli elettori democratici che chiedono un partito più a sinistra e quelli che lo vogliono più al centro dicono la stessa cosa, con le stesse parole: il problema non è la linea politica, è che i loro leader non combattono abbastanza. Lo sostiene Sarah Longwell, che dal 2018 ha condotto oltre 400 focus group con migliaia di elettori americani, in un'analisi pubblicata sull'[*Atlantic*](https://www.theatlantic.com/ideas/2026/09/democrats-voters-focus-groups/688519/?ref=focusamerica.it) e tratta dal suo libro *How to Eat an Elephant: One Voter at a Time*. Un focus group è una discussione guidata con un piccolo gruppo di persone selezionate in base al voto o alle opinioni, usata per capire non quanti la pensano in un certo modo ma perché.

L'esperimento più netto Longwell lo ha fatto l'anno scorso: ha riunito due gruppi di democratici che volevano un partito più moderato e due gruppi che lo volevano più progressista. Ad ascoltarli senza sapere chi fosse chi, dice, non si sarebbe capita la differenza. Gli uni e gli altri non chiedevano un riposizionamento ideologico né misure specifiche, ma un atteggiamento: rispondere colpo su colpo ai repubblicani, smettere di trattarli come si trattava il Partito Repubblicano di Mitt Romney nel 2012.

Nei circoli dirigenti democratici, invece, il dibattito resta quello tra ala progressista e ala moderata, come se il futuro del partito fosse una questione di programma. È la stessa frattura che si sta misurando nelle [primarie](https://focusamerica.it/in-nevada-la-sinistra-democratica-perde-le-sfide-principali-ma-vince-i-seggi-rimasti-liberi/) di questi mesi. Longwell ritiene che gli elettori si fidino: se arriva la persona giusta, pensano, le questioni di merito si risolveranno da sole. La domanda che pongono è un'altra e la ripetono in modo pressoché unanime: perché non combattete di più?

Il punto di partenza del suo lavoro è un episodio del luglio 2018\. Longwell era volata a Columbus, in Ohio, per ascoltare elettori che avevano votato Trump nel 2016 con riluttanza, tre giorni dopo il vertice di Helsinki con Vladimir Putin. In quel momento l'intelligence americana aveva già concluso pubblicamente che Putin aveva ordinato personalmente le interferenze nelle elezioni del 2016 a beneficio di Trump. In conferenza stampa il presidente aveva risposto a chi gli chiedeva se credesse alle proprie agenzie o al leader russo: "Il presidente Putin dice che non è stata la Russia. Non vedo alcun motivo per cui dovrebbe esserlo". A Washington era scoppiato un caso bipartisan. Nella stanza di Columbus, quando il moderatore ha spiegato l'accaduto, la reazione è stata una scrollata di spalle collettiva.

Da quell'episodio Longwell ha ricavato la sua tesi di fondo sulla distanza tra la capitale e il resto del Paese. Washington, scrive, più che una palude è una bolla, dentro la quale il resto dell'America diventa un'astrazione. Gli elettori sono pieni di contraddizioni: detestano il governo e vogliono ridurre il debito pubblico, ma chiedono anche che lo Stato spenda di più per le loro comunità; si dicono contrari all'aborto ma favorevoli alla libertà di scelta delle donne.

Due convinzioni però tornano sempre. La prima è che il sistema sia rotto. La seconda è che gli abbiano mentito, in modi che hanno peggiorato concretamente la loro vita. Sempre meno americani credono che lavorando duro e rispettando le regole si possa migliorare la propria condizione e molti pensano che i politici dell'establishment siano gli unici a guadagnarci. Per questo cercano leader che sembrino persone vere, interessate alla vita quotidiana di chi li vota e non solo alla conquista di una carica.

Longwell, che è un'ex repubblicana uscita dal partito dopo la scalata di Trump, vede in questo lo stesso meccanismo del 2016\. Allora gli elettori repubblicani guardarono ai Romney, ai McCain e ai Bush e li giudicarono troppo deboli, troppo attaccati a norme e procedure che i democratici non rispettavano comunque, così assunsero una palla da demolizione. Dieci anni dopo Longwell sente parlare così gli elettori democratici, che non si fidano più di Chuck Schumer, di Hakeem Jeffries e della vecchia guardia che ha lasciato che Trump prendesse il controllo del Paese.

La differenza è che i democratici non vogliono la politica del presidente e nemmeno la sua rottura sistematica delle regole. Vogliono la sua energia. Sono stanchi di un partito che manda l'equivalente di una lettera di protesta mentre la democrazia brucia. Allo stesso tempo non vogliono diventare ciò che detestano.

Il presidente ha trasformato il rapporto tra la Casa Bianca e il pubblico rendendolo diretto e inevitabile. Tra i comizi, gli interventi a Fox News e i messaggi su Truth Social si sa sempre cosa pensa di qualsiasi cosa, con chi ce l'ha e persino a che ora va a dormire (i post sono accompagnati dall'orario). Longwell precisa che questa è una constatazione e non un giudizio di valore. Gli elettori hanno la sensazione di conoscerlo e di essere dentro il movimento. Chi correrà per i democratici nel 2028 dovrà essere altrettanto presente culturalmente e costruire un rapporto diretto con gli elettori che salti quel che resta dei mediatori tradizionali.

Longwell individua quattro terreni su cui i repubblicani sono deboli. Il primo è l'immigrazione, che resta un punto di forza del presidente, visto che gli elettori continuano a fidarsi più dei repubblicani sul controllo delle frontiere. Esiste però uno scarto tra quello che volevano e quello che hanno ottenuto. Molti di loro chiedevano di colpire chi entra adesso e chi ha commesso reati, non di andare a prendere i bambini nelle scuole elementari. Non sono elettori favorevoli alle frontiere aperte, ma pensano che il presidente sia andato oltre e che tra forza e crudeltà ci sia una differenza.

Il secondo è la corruzione. Chi si aspettava che il presidente combattesse per loro scopre che sta soprattutto arricchendo la propria famiglia. L'aereo accettato dal governo del Qatar è l'esempio che ricorre più spesso nelle discussioni. Il terzo è il caso Jeffrey Epstein. Gli elettori di Trump ricordano che aveva promesso in campagna elettorale di pubblicare i documenti e non capiscono perché stia temporeggiando, con l'impressione che qualcuno resti davvero al di sopra della legge.

Il quarto è l'economia. Chi ha votato Trump nel 2024 dice che non sta facendo quello che aveva promesso per far scendere i prezzi. I giovani che gli avevano creduto quando prometteva di costruire la più grande economia della storia si sentono presi in giro. Il mercato del lavoro è tra le loro preoccupazioni principali. Il costo della vita resta la questione decisiva, anche mentre molte altre regole del comportamento elettorale cambiano.

Quando Longwell chiede agli elettori quali politici li entusiasmano, non sente nomi della vecchia guardia. Ricorrono quelli di Jon Ossoff, senatore della Georgia apprezzato per la capacità di essere sintetico, di Pete Buttigieg, considerato un comunicatore capace di andare anche nei programmi della destra, di Zohran Mamdani, sindaco di New York visto come un innovatore non legato al passato e quello di Alexandria Ocasio-Cortez (la deputata di New York). Nessuno di questi nomi appartiene a una sola area del partito: quello che li accomuna, agli occhi degli elettori, è l'autenticità e l'interesse per i problemi delle persone comuni, non la collocazione nell'eterna disputa tra centro e sinistra che appassiona gli addetti ai lavori.

I candidati democratici che avranno successo, sostiene Longwell, saranno quelli capaci di spiegare con chiarezza perché il movimento del presidente ha tradito i suoi elettori, insistendo sulle sue contraddizioni e sulle promesse non mantenute e di costruire un programma centrato sull'economia, sulle opportunità e su un piano concreto per migliorare la vita quotidiana degli americani. Il resto, dice, dipende da quanto in fretta i dirigenti del partito capiranno che le vecchie regole non valgono più.