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# Ferrer: «L’integrità elettorale? Serve a giustificare leggi che rendono più difficile votare»
- URL: https://focusamerica.it/ferrer-lintegrita-elettorale-serve-a-giustificare-leggi-che-rendono-piu-difficile-votare/
- Published: 2026-10-06T10:45:18.000Z
- Updated: 2026-10-06T13:10:45.000Z
- Description: La sesta conversazione di The 51st è con Joshua Ferrer, politologo all’American University di Washington. Le midterm, il voto per posta, le accuse di frode, le restrizioni elettorali e il paradosso di un Paese in cui le élite politiche sono molto più polarizzate dei cittadini.
- Author: Salvatore Stanizzi
- Tags: The 51st, #ig-pubblicato

Le elezioni americane cominciano molto prima dell’Election Day. Cominciano in migliaia di uffici di contea, tra registri da aggiornare, schede da stampare, firme da verificare, macchine da preparare, indirizzi sbagliati e funzionari di cui quasi nessuno conosce il nome. Per mesi il Paese discute di candidati, sondaggi e maggioranze; poi arriva il giorno del voto e centinaia di milioni di gesti politici dipendono da qualcosa di assai meno spettacolare: un’amministrazione che deve semplicemente funzionare.

È una parte della democrazia americana che normalmente diventa visibile soltanto quando qualcosa va storto. Negli ultimi anni, però, anche questa zona apparentemente neutrale è entrata nel conflitto politico. Il voto per posta è diventato terreno di scontro, le liste elettorali sono finite davanti ai tribunali, le accuse di frode hanno occupato campagne elettorali e televisioni, mentre funzionari locali un tempo sconosciuti al grande pubblico si sono ritrovati esposti a pressioni, accuse e minacce. Ferrer racconta che nel 2004 un responsabile elettorale su cinque era cambiato rispetto alle precedenti presidenziali; nel 2024 erano più del 40 per cento. Eppure la macchina, almeno finora, ha continuato a funzionare.

Joshua Ferrer osserva l’America proprio da qui. Politologo e Assistant Professor of Government all’American University di Washington, studia l’amministrazione elettorale, le istituzioni e le persone che trasformano il diritto di voto in un voto realmente espresso e contato. È una prospettiva particolarmente interessante a poche settimane dalle elezioni di metà mandato, perché costringe a guardare sotto la superficie della competizione tra Democratici e Repubblicani: non soltanto chi vincerà, ma attraverso quali regole si voterà, chi le applicherà e quanta fiducia resterà nel risultato quando una delle due parti avrà perso.

La prima risposta di Ferrer, però, porta subito altrove. La grande contraddizione dell’America contemporanea, dice, non è semplicemente che il Paese sia polarizzato, ma che lo siano soprattutto le sue élite politiche. Gli americani comuni conservano molto più spesso di quanto immaginiamo una combinazione di idee liberali e conservatrici; eppure ciascuno tende a immaginare chi vota per l’altro partito attraverso le posizioni più estreme che vede nei notiziari. È un meccanismo quasi perfetto: prima ci convinciamo che l’altro sia molto più radicale di quanto sia davvero, poi cominciamo a detestarlo per ciò che abbiamo immaginato che pensi. A quel punto, osserva Ferrer, «le supposizioni diventano realtà».

Forse è anche per questo che nell’America del 2026 persino le procedure hanno smesso di sembrare soltanto procedure. Un documento d’identità, una scheda spedita per posta, un nome presente o cancellato da una lista possono diventare immediatamente questioni di appartenenza politica. E quando gli chiediamo se esista il rischio che la retorica sull’“integrità elettorale” stia alterando la percezione delle frodi molto più di quanto giustifichi la loro reale diffusione, Ferrer non concede neppure il beneficio del dubbio: «Più che un rischio, è qualcosa che sta assolutamente accadendo».

C’è poi un confine ancora più sottile, quello tra un’elezione che funziona e una democrazia che riesce a convincere i cittadini che quell’elezione abbia funzionato. Il 6 gennaio 2021, per Ferrer, rimane la dimostrazione che le due cose non coincidono necessariamente: un voto può essere amministrato correttamente e tuttavia diventare il centro di una narrazione capace di delegittimarlo. E non serve nemmeno convincere un intero Paese. A volte, ricorda, basta «una piccola minoranza determinata», se è abbastanza convinta da essere disposta ad agire.

È forse questo il paradosso delle elezioni: per organizzarle servono migliaia di persone che facciano bene cose quasi invisibili; per mettere in discussione la fiducia nel loro risultato può bastare che poche persone molto visibili raccontino che quelle cose sono state fatte male.

La sesta conversazione di The 51st parte da qui, dalla parte meno spettacolare della democrazia americana e proprio per questo da una delle più decisive. Dieci domande a Joshua Ferrer. La prima parte da una contraddizione. L’ultima, ancora una volta, dall’America che da questa parte dell’Atlantico continuiamo forse a non vedere.

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**1) Se dovesse spiegare l’America di oggi attraverso una sola contraddizione, quale sceglierebbe?**

“Direi che la contraddizione più grande è quella tra l’estrema polarizzazione delle nostre élite politiche e dei nostri partiti e la relativa assenza di polarizzazione tra gli americani comuni, soprattutto se guardiamo alle loro posizioni sulle politiche pubbliche. Gran parte di ciò che gli stranieri, e persino gli stessi americani, sentono ogni giorno riguarda quanto siano distanti il Partito Democratico e quello Repubblicano, quanto siano incapaci di concludere qualcosa e come gli americani non riescano più a parlare di politica quando si trovano nella stessa stanza con qualcuno con cui non sono d’accordo. Ma tutto questo nasconde il fatto che la maggior parte degli americani ha un insieme di convinzioni politiche liberali e conservatrici: non assomigliano affatto ai membri del Congresso e al Presidente di cui si sente parlare. Ma le supposizioni finiscono per diventare realtà: l’americano medio presume che chi appartiene all’altro partito condivida tutte le posizioni estreme di cui sente parlare nei notiziari, e questo lo porta a provare avversione nei suoi confronti.”

**2) A poche settimane dalle elezioni di metà mandato, il tasso di approvazione di Donald Trump è al 32%, mentre i Democratici hanno un vantaggio di otto punti nel generic congressional ballot secondo Reuters/Ipsos. Ma un’elezione americana non è soltanto un giudizio nazionale sul Presidente: è anche il prodotto di regole, procedure e sistemi amministrativi differenti da Stato a Stato. Quanto rischiamo di leggere il 3 novembre come un unico verdetto politico nazionale, quando il sistema elettorale americano rimane così profondamente decentralizzato?**

“I sistemi elettorali americani sono decentralizzati, ma la politica americana non lo è. Sebbene esistano ancora sfumature nella politica locale e statale, e le diverse regole elettorali abbiano un certo ruolo nel determinare chi si reca alle urne, le elezioni per il Congresso – Camera e Senato – possono tranquillamente essere interpretate come un verdetto politico sulla popolarità di Donald Trump e del Partito Repubblicano, che attualmente governa. Eviterei di attribuire troppo significato a una singola primaria o a un’elezione speciale per coprire un seggio vacante, dove la bassa affluenza rende difficile qualsiasi interpretazione. Ma le elezioni di metà mandato sono diverse: 435 elezioni per la Camera e 33 per il Senato, oltre alle elezioni che si svolgono nella maggior parte degli Stati per legislature ed esecutivi statali. Il dato fondamentale non è necessariamente il numero finale dei seggi al Congresso, quanto piuttosto la differenza tra il voto complessivo democratico e quello repubblicano per il Congresso. Il nostro sistema elettorale può talvolta trasformare piccole vittorie nel voto popolare in grandi vittorie elettorali. Oppure, come sarà più probabile, trasformare un ampio vantaggio dei Democratici nel voto popolare in vittorie elettorali ristrette alla Camera e al Senato. Ciò dipende dalla rappresentanza sproporzionata concessa agli Stati meno popolosi al Senato e dal gerrymandering alla Camera, che attribuisce ai Repubblicani un considerevole vantaggio elettorale prima ancora che venga espresso un solo voto.”

**3) L’amministrazione Trump ha chiesto alla Corte Suprema di consentire un utilizzo più ampio del database federale SAVE per verificare le liste elettorali degli Stati, dopo che tribunali di grado inferiore ne avevano bloccato l’utilizzo per il rischio di escludere erroneamente elettori aventi diritto. Al di là di questo caso specifico, stiamo assistendo a un cambiamento più ampio nel rapporto tra governo federale e amministrazione locale delle elezioni?**

“Stiamo assistendo a un tentativo di modificare più profondamente il rapporto tra governo federale e amministrazione locale delle elezioni, un tentativo che finora si è però scontrato con i tribunali, che lo hanno considerato un’estensione incostituzionale del potere esecutivo. Il Congresso dispone di ampi poteri per regolamentare l’amministrazione locale delle elezioni, almeno per quanto riguarda le consultazioni federali come quelle presidenziali e congressuali. Negli ultimi decenni ha utilizzato questi poteri con maggiore frequenza, in particolare con il National Voter Registration Act alla fine degli anni Novanta e con l’Help America Vote Act nel 2002\. L’amministrazione Trump ha cercato di intervenire in maniera più aggressiva sull’amministrazione delle elezioni locali, soprattutto attraverso il tentativo di attribuire al servizio postale il potere di stabilire quali schede elettorali inviate per posta dovessero essere consegnate e quali no. Questo tentativo è stato respinto dalla Corte Suprema. La Corte Suprema ha invece autorizzato l’utilizzo del database SAVE, ma non è uno strumento che può essere impiegato immediatamente prima delle elezioni di metà mandato, a causa di una legge federale che impedisce la cancellazione degli elettori dalle liste nell’imminenza (90 giorni, ndr) di un’elezione.”

**4) Negli ultimi mesi, il voto per posta è diventato uno dei principali terreni di scontro tra Casa Bianca, servizio postale, Stati e tribunali federali. Quando le regole elettorali vengono modificate o contestate così vicino all’Election Day, qual è il pericolo maggiore: il rischio concreto di privare alcuni elettori del diritto di voto oppure quello, più difficile da misurare, di convincere milioni di persone che il sistema stesso non sia più neutrale?**

“In questa fase, il rischio maggiore è quello di privare gli elettori del diritto di voto. Se questi scontri continueranno e al governo verrà consentito di modificare drasticamente le regole immediatamente prima dell’Election Day, privando gli elettori del diritto di voto, allora il timore diventerà quello di una diminuzione della fiducia nell’amministrazione elettorale. L’effetto immediato dello scontro sul voto per posta sarà uno spostamento dei voti dalla modalità postale a quella in presenza, soprattutto tra i Democratici. Gli americani dichiarano già un forte calo della fiducia nella neutralità dell’amministrazione elettorale statunitense. Finora ciò non si è tradotto in una forte diminuzione dell’affluenza. Ma è questo il timore ultimo: un ciclo di progressiva perdita di fiducia nel sistema e di diminuzione della partecipazione elettorale.”

**5) Dal 2020, i funzionari elettorali sono passati dall’essere dipendenti pubblici in gran parte invisibili a diventare frequenti bersagli di accuse, pressioni politiche e minacce. Lei ha studiato anche l’elevato turnover in questi uffici. Quanto è importante qualcosa di apparentemente ordinario come la continuità amministrativa per l’integrità e la resilienza di un’elezione?**

“La continuità amministrativa è importante per garantire elezioni prive di errori e ben gestite. Le mie ricerche hanno rilevato che il turnover degli amministratori elettorali è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni. Nel 2004, un responsabile elettorale su cinque era cambiato rispetto alle precedenti elezioni presidenziali. Nel 2024, la percentuale aveva superato il 40%. La buona notizia è che le nostre ricerche hanno riscontrato effetti minimi del turnover, cioè dell’arrivo di un nuovo funzionario responsabile dell’organizzazione delle elezioni in una contea o in una città. La fiducia degli elettori nell’integrità delle elezioni non diminuisce e non si registra alcun impatto misurabile né sull’affluenza né sui problemi dichiarati dagli elettori ai seggi. L’unico ambito nel quale riscontriamo un effetto negativo riguarda i tempi di attesa: nelle giurisdizioni con un nuovo funzionario elettorale, gli elettori tendono mediamente ad attendere qualche minuto in più per votare. Nel complesso, si tratta di un dato rassicurante: le minacce e le molestie rivolte a questi funzionari pubblici non stanno compromettendo la loro capacità di garantire elezioni libere e corrette. Rimane però un costo umano reale legato a questa esposizione, ed è qualcosa che continueremo a monitorare.”

**6) Lei studia le elezioni americane dal loro lato meno visibile: gli uffici locali, le procedure e le persone che rendono concretamente possibile il voto. Ma qual è la sua America personale? C’è un luogo, un’esperienza o un momento che ha cambiato il modo in cui guarda al Paese e alla sua democrazia?**

“Due momenti fondamentali per me sono stati l’elezione del Presidente Obama nel 2008 e quella del Presidente Trump nel 2016\. Credo siano stati i due momenti più dirompenti della mia vita fino a oggi, e le loro conseguenze continuano ancora a riverberarsi intorno a noi, a dieci e vent’anni di distanza.”

**7) Il dibattito americano sull’integrità elettorale continua a concentrarsi fortemente sul rischio di frodi, compreso il voto dei non cittadini. Reuters ha documentato come questi casi rimangano rari, anche mentre l’amministrazione Trump ha intensificato indagini e azioni di contrasto. Esiste il rischio che la politica dell’“election integrity” stia modificando la percezione pubblica del problema molto più di quanto le reali dimensioni del fenomeno giustificherebbero?**

“Più che un rischio, è qualcosa che sta assolutamente accadendo, e già da tempo. Per esempio, la stragrande maggioranza degli americani sostiene l’obbligo di presentare un documento d’identità ai seggi, nonostante le frodi per sostituzione di persona che questa misura dovrebbe effettivamente prevenire siano estremamente rare. È questo il vero significato della politica dell’“integrità elettorale”: non ridurre rischi reali di frode nel sistema, ma giustificare leggi che rendono più oneroso votare, nella speranza che scoraggino o impediscano il voto degli elettori del partito avversario più di quanto facciano con quelli che condividono la propria appartenenza politica.”

![](https://focusamerica.it/content/images/2026/10/55561407921_38573e4b61_k.jpg)

[Daniel Torok, White House, 2026, Flickr, Opera del governo USA](https://www.flickr.com/photos/whitehouse/55561407921/?ref=focusamerica.it)

**8) Lei studia anche la dimensione razziale degli atteggiamenti antidemocratici. Quando si parla di “elezioni rubate”, elettori illegittimi o comunità che presumibilmente votano in modo fraudolento, quanto di questa sfiducia riguarda davvero le procedure e quanto, invece, l’identità delle persone che votano?**

“Poiché negli Stati Uniti razza e appartenenza politica sono fortemente correlate, è difficile separare queste spiegazioni. Per la maggior parte delle persone, la risposta più probabile è che si tratti un po’ di entrambe le cose. Oggi molti atteggiamenti razziali sono impliciti, anziché essere razionalizzati o espressi apertamente. Così, quando gli americani bianchi sostengono leggi restrittive sul voto, molti non si rendono conto del legame con i propri atteggiamenti razziali. Ma la retorica sulle frodi elettorali continua ad avere forti connotazioni razziali. Per esempio, si alimenta nelle “inner cities”, così come attorno agli immigrati e agli ex detenuti. Sono tutti richiami in codice – dog whistles – agli elettori neri e ispanici, e le restrizioni al voto tendono a gravare in maniera sproporzionata proprio su questi gruppi razziali. Rimane però difficile separare questi atteggiamenti razziali subliminali da preoccupazioni apparentemente sincere riguardo alle frodi e all’integrità delle elezioni.”

**9) Da qui al 3 novembre potremmo continuare ad assistere a decisioni dei tribunali, nuove regole e scontri tra Washington e gli Stati. A suo giudizio, qual è il punto oltre il quale un’elezione può rimanere tecnicamente ben amministrata e tuttavia perdere qualcosa di essenziale: la fiducia pubblica nel fatto che chi perde ne accetterà il risultato?**

“Quel punto arriva dopo l’Election Day. Credo che il 6 gennaio 2021 ne sia un ottimo esempio. Le elezioni erano state amministrate in maniera ragionevolmente buona, soprattutto considerando le difficoltà legate alla pandemia di Covid. Ma politici in malafede hanno continuato a diffondere la narrazione di un’elezione rubata.

Non è neppure necessario che vi sia una diffusa mancanza di fiducia da parte dell’opinione pubblica: bastano le convinzioni di una piccola minoranza determinata, disposta a compiere azioni straordinarie per ciò che ritiene giusto.”

**10) Qual è l’America che noi europei non riusciamo ancora a vedere?**

“È l’America separata dalla politica, quella in cui le persone vivono le proprie vite: vanno a scuola e al lavoro, crescono le proprie famiglie, trascorrono il tempo libero. La maggior parte degli europei vede l’America attraverso una lente molto ristretta: le notizie, che sono costituite in larga parte da politica e tragedie. Ma, proprio come gli europei, la maggior parte degli americani dedica relativamente poco tempo a pensare alla politica. Certo, la politica conta nel determinare il modo in cui gli americani vivono: l’assenza di un sistema sanitario universale o di una solida rete di protezione sociale per i più poveri, l’assenza di un congedo familiare retribuito universale, i livelli di inquinamento, la violenza legata alle armi e così via. Ma gli europei vedono soltanto la punta dell’iceberg, un simulacro dell’America che rappresenta molto male che cosa significhi realmente vivere in questo Paese.”

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Alla fine della conversazione, dopo aver attraversato quasi tutto ciò che rende un’elezione americana politicamente riconoscibile – il voto per posta, le liste elettorali, le accuse di frode, le restrizioni al voto, il ruolo dei tribunali, il 6 gennaio – Joshua Ferrer sceglie di rispondere alla nostra ultima domanda spostando lo sguardo nella direzione opposta. L’America che noi europei continuiamo a non vedere, dice, è «l’America separata dalla politica», quella in cui le persone vanno a scuola e al lavoro, crescono le proprie famiglie e trascorrono il tempo libero esattamente come accade in qualsiasi altro posto del mondo.

È una risposta meno ovvia di quanto sembri, soprattutto perché arriva da uno studioso che si occupa proprio di elezioni. Siamo abituati a osservare gli Stati Uniti come se fossero permanentemente impegnati in una campagna elettorale e, in parte, sono stati gli stessi americani a insegnarci a farlo: hanno trasformato le proprie elezioni in eventi mondiali, i loro presidenti in personaggi familiari anche a chi non ha mai messo piede nel Paese e le loro divisioni politiche in un linguaggio che abbiamo finito per utilizzare persino per interpretare le nostre. Rosso e blu, liberal e conservative, Trump e anti-Trump: a forza di guardare l’America attraverso queste categorie abbiamo cominciato a pensare che gli americani trascorrano le giornate dentro la stessa rappresentazione che noi riceviamo di loro.

Ferrer ricorda invece qualcosa di elementare e proprio per questo facile da dimenticare: la maggior parte degli americani dedica relativamente poco tempo alla politica. Questo non significa che possa sottrarsi alle sue conseguenze. La politica entra nella vita anche quando non viene nominata, nel costo di una cura medica, nell’assenza di un congedo familiare universale retribuito, nella fragilità della rete di protezione sociale, nell’inquinamento o nella possibilità che una pistola entri in una scuola. Ma una cosa è dire che la politica condiziona la vita delle persone; un’altra è immaginare che quella vita possa essere ridotta alla politica che noi osserviamo da lontano.

È qui che la sua ultima risposta finisce per ricongiungersi alla prima. Ferrer aveva aperto questa conversazione sostenendo che gli americani comuni sono meno polarizzati delle élite che li rappresentano e che ciascuna parte tende a immaginare l’altra attraverso le posizioni più estreme che incontra nei notiziari. L’elettore democratico diventa allora, agli occhi del repubblicano, la caricatura del democratico più radicale; quello repubblicano subisce il processo inverso. La distanza non nasce soltanto da ciò che l’altro pensa realmente, ma anche da ciò che siamo stati abituati a credere che pensi.

Da questa parte dell’Atlantico rischiamo, in fondo, di commettere un errore simile su scala più grande. Dell’America riceviamo soprattutto ciò che riesce ad attraversare l’oceano: un’elezione contestata, una sentenza della Corte Suprema, una sparatoria, un comizio, una protesta, un presidente che divide il Paese. Non sono immagini false e sarebbe ingenuo considerarle marginali; raccontano tensioni reali, producono conseguenze reali e spesso anticipano trasformazioni che finiscono per riguardare anche noi. Il problema comincia quando la parte più visibile prende il posto dell’intero e smettiamo di distinguere l’America che fa notizia dall’America nella quale gli americani effettivamente vivono.

Ferrer la chiama un «simulacro», una rappresentazione che restituisce molto male cosa significhi abitare davvero quel Paese. Ed è probabilmente la parola più interessante con cui chiudere questa conversazione, perché The 51st nasce esattamente nello spazio che separa una rappresentazione dalla realtà che pretende di raccontare. Dopo sei interviste abbiamo incontrato l’America delle istituzioni, delle elezioni, della polarizzazione, dei media, delle grandi promesse e delle grandi paure; Ferrer ci ricorda che, dietro tutte queste Americhe, ne esiste una molto più vasta che raramente ha motivo di farsi vedere.

Forse è per questo che possiamo conoscere il nome di una contea americana soltanto perché una notte abbiamo aspettato che finisse di contare le schede, sapere come vota senza esserci mai stati e dimenticarcene la mattina successiva, quando quel luogo smette di essere una percentuale sullo schermo e torna a essere una comunità di persone che lavorano, crescono figli, fanno progetti, litigano, si innamorano, pagano bollette e qualche volta non pensano affatto a chi siede alla Casa Bianca. È un’America molto meno spettacolare di quella che attraversa ogni giorno i nostri giornali e proprio per questo, forse, molto più difficile da raccontare: perché per vederla non basta aspettare che succeda qualcosa di eccezionale, bisogna imparare a guardare ciò che accade quando, apparentemente, non sta succedendo niente.