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# Che cosa ci siamo detti nella diretta di domenica 20 settembre
- URL: https://focusamerica.it/che-cosa-ci-siamo-detti-nella-diretta-di-domenica-20-settembre/
- Published: 2026-09-21T10:45:44.000Z
- Updated: 2026-09-21T10:45:44.000Z
- Description: La sintesi della diretta di ieri sera: gli Houthi su Riad, la guerra con l’Iran, il rialzo dei tassi della Fed e i sondaggi sempre più confusi sul Senato.
- Author: Redazione
- Tags: Elezioni, USA 2026, Midterm, Diretta, La guerra tra Stati Uniti e Iran, #ig-pubblicato

Nella notte tra venerdì e sabato i missili e i droni degli Houthi hanno raggiunto per la prima volta Riad, la capitale dell’Arabia Saudita, mentre il presidente Donald Trump interrompeva in anticipo il fine settimana a Camp David e a Washington si tornava a parlare di operazioni militari. È stato questo il filo della diretta di ieri sera alle 21, dedicata quasi tutta alla guerra con l’Iran e ai suoi effetti sull’economia americana: il prezzo del petrolio, l’inflazione, il primo rialzo dei tassi della Federal Reserve dal 2023 e i sondaggi per le elezioni di metà mandato del 3 novembre.

Le dirette proseguono ogni domenica alle 21 fino al giorno del voto, su YouTube, Facebook e X. L’ultima parte di ogni appuntamento è dedicata alle domande del pubblico, raccolte nei commenti durante la trasmissione.

### Il gioco d’apertura: sotto quale soglia i democratici deluderebbero al Senato

La domanda a sorpresa di questa settimana l’ha posta Davide Cocuzzi: sotto quale numero di seggi al Senato i democratici deluderebbero le aspettative? Il primo a rispondere è stato Giovanni Chiacchio, tornato in diretta dopo molto tempo. Si aspetta una maggioranza democratica di 54-55 seggi, non uno sfondamento: la polarizzazione resta molto forte e anche con i repubblicani in difficoltà in Stati come il Texas non vede un risultato paragonabile al 2008, quando la vittoria di Barack Obama si portò dietro una grande maggioranza al Senato. Una maggioranza di 51 o 52 seggi sarebbe già una delusione.

Alessandro Benedetto Carelli, collegato dagli Stati Uniti, è partito dal generic ballot, il voto nazionale per la Camera. In mattinata aveva visto un sondaggio che dava ai democratici un vantaggio di 5 punti. Se finisse così sarebbe deludente, perché tra sondaggi, slancio della campagna e donazioni si aspetterebbe un margine tra 8 e 10 punti. Al Senato già 49 o 50 seggi sarebbero una delusione, dato che la maggioranza oggi sembra il risultato più probabile. Alla Camera, dopo i ridisegni dei collegi, servirebbe una maggioranza di almeno 10-15 seggi.

Simona Fonda si è messa a metà strada. Alla Camera per parlare di successo servono una decina di seggi di margine, perché sotto gli 8 vorrebbe dire che al Senato il partito zoppica. Al Senato sarebbero deludenti 48 o 49 seggi: almeno a 50 i democratici dovrebbero arrivare, anche se con un 50 pari decide il voto del vicepresidente JD Vance. Oltre i 53 o 54 però la vede molto dura: su questo, secondo Fonda, ha ragione Chiacchio a insistere sulla polarizzazione.

Daniele Angrisani, che conduce la diretta, ha indicato due Stati da guardare, il Maine e il Michigan. Se lì i democratici non ce la facessero la serata sarebbe deludente, anche se Susan Collins ha già dimostrato di avere più vite di un gatto. Per lui qualunque risultato sotto i 51 seggi sarebbe negativo. Salvatore Stanizzi ha risposto immedesimandosi in un dirigente democratico onesto la sera del voto: 51 seggi sarebbero il successo pieno, 50 il rimpianto, 49 il minimo sindacale per un partito che parte da 47\. Con 48 o meno i democratici dovrebbero presentarsi davanti al Paese e spiegare qualcosa. Anche per Stanizzi un generic ballot fermo a 5 punti sarebbe deludente, mentre da 7,5-8 punti in su i democratici andrebbero verso i 50-51 seggi.

### La guerra con l’Iran: chi finisce prima le forze

Dal 30 agosto, ha ricordato Angrisani, si è tornati a combattere, con le petroliere colpite per ritorsione da entrambe le parti. Chiacchio ha letto la strategia iraniana con un detto attribuito ai talebani: voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo. Sul piano convenzionale gli Stati Uniti mantengono una superiorità totale. Per questo Teheran punta a spezzarne la volontà politica, danneggiando il commercio globale per tenere alto il prezzo del petrolio, come fecero il Vietnam e i talebani.

Washington cerca invece di strangolare l’economia iraniana. Il blocco navale ha soffocato le esportazioni di petrolio, ma l’Iran vive da anni in pessime condizioni economiche e non è detto che basti. Il regime, che prima della guerra attraversava una crisi di popolarità e una frattura tra riformisti e principalisti, si ritrova compattato dalla presenza di un aggressore esterno. A complicare il quadro c’è il secondo fronte aperto dagli Houthi nello Stretto di Bab el-Mandeb. Chiacchio ha ricordato che l’ultima campagna aerea americana contro la milizia yemenita, senza intelligence sul terreno e contro un arsenale nascosto tra le montagne, costò sette droni e due aerei senza grandi risultati. La partita si gioca tra le risorse economiche iraniane e la volontà politica americana. Chiacchio scommette che a un certo punto Trump si stancherà e metterà fine alle ostilità.

Quanto possono reggere gli Stati Uniti, dopo che l’ispettore generale del Pentagono ha [stimato](https://focusamerica.it/la-guerra-con-liran-e-costata-agli-usa-decine-di-velivoli-e-miliardi-di-dollari/) in 33,4 miliardi di dollari il costo dei primi quattro mesi di guerra, di cui 22,3 in munizioni? Non moltissimo, secondo Chiacchio. L’Iran combatte una sola guerra, che per il regime è esistenziale. Gli Stati Uniti devono presidiare molti fronti, dalla Cina all’Ucraina. Dopo la Guerra fredda hanno concentrato la produzione militare in poche aziende, privilegiando sistemi efficaci ma costosi e lenti da produrre come i Patriot. Usare un intercettore da 4 milioni di dollari contro un drone Shahed che ne costa 20.000 è già una sconfitta. L’Europa, con il programma ASAP per le munizioni, ha eliminato i colli di bottiglia, mentre l’industria americana non ci è riuscita. Lo si vede da come viene combattuta la guerra: un blocco navale e pochi bombardamenti eclatanti, per non intaccare scorte già sotto pressione.

C’è spazio per un negoziato? Angrisani ha riassunto le posizioni fatte arrivare ai mediatori del Qatar e del Pakistan. L’Iran chiede la fine della guerra su tutti i fronti, lo sblocco dei beni congelati e la revoca del blocco navale, gli Stati Uniti la rinuncia definitiva al programma nucleare. In queste condizioni no, ha risposto Fonda. Il regime, da non confondere con il Paese, vuole sopravvivere e per farlo non può apparire sconfitto, esattamente come Vladimir Putin in Russia. Dall’altra parte c’è un presidente per cui apparire perdente non è contemplato. Sbloccare i fondi congelati manderebbe un messaggio politico sbagliatissimo e Trump, almeno per ora, non può accettarlo senza fare una figura, per dirla con Fonda, “barbina”.

### Gli Houthi colpiscono Riad

Il secondo blocco è rimasto sull’alleato che sta pagando la guerra più di tutti. Nella notte tra venerdì e sabato a Riad è suonato per la prima volta l’allarme aereo e un deposito di carburante di Saudi Aramco, la compagnia petrolifera di Stato, ha preso fuoco vicino all’aeroporto internazionale. Gli Houthi hanno rivendicato gli attacchi contro la capitale e contro gli impianti di Aramco a Yanbu, il porto sul Mar Rosso da cui partono le esportazioni che aggirano lo Stretto di Hormuz. Due notti prima, nella base saudita di Taif, era stato danneggiato un Eurofighter italiano parcheggiato a terra.

Trump, che la settimana prima aveva [respinto](https://focusamerica.it/riyadh-sempre-piu-sola-trump-lascia-larabia-saudita-esposta-agli-attacchi-degli-houthi/) la richiesta di Mohammed bin Salman di bombardare gli Houthi, sabato è rientrato alla Casa Bianca con un giorno di anticipo. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha lasciato una partita di football universitario in Texas per tornare nella capitale. Secondo la CNN gli Stati Uniti valutavano operazioni militari estese contro gli Houthi, ma nessuna è stata annunciata.

Riad è sola, ha detto Fonda, ma non deve sentirsi sola. Qualunque cosa si pensi della monarchia saudita, Paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e la Giordania sono fondamentali per gli Stati Uniti e non solo per loro. Non sono democrazie, ma si stanno modernizzando per interesse più che per convinzione e hanno aperto al dialogo con l’Occidente e con Israele, come mostrano gli Accordi di Abramo, per Fonda l’unica cosa buona del primo mandato di Trump. Se Riad si sentisse tradita, il resto della penisola arabica ne trarrebbe le conseguenze. Quanto all’Eurofighter, gli Houthi hanno detto di non essere in guerra con l’Italia e il contingente italiano è lì per una missione internazionale autorizzata. Gli Houthi, braccio armato di Teheran nella penisola arabica, puntano a controllare lo Yemen e lo stretto da cui passano le rotte tra Suez e l’Asia, non a scatenare un conflitto globale.

Carelli ha raccontato che domenica mattina, ora americana, il petrolio è salito di 2 dollari in cinque minuti dopo un’intervista telefonica di Trump al corrispondente di Fox News Trey Yingst. Il presidente ha detto di essere pronto a prendere grandi decisioni sull’Iran e di essere in contatto con gli Houthi, che avrebbero accettato di non combattere contro gli Stati Uniti. Poi il prezzo è tornato ai livelli della mattina. Secondo Carelli Trump non vuole allargare il conflitto, per ragioni più politiche che militari: una nuova campagna contro gli Houthi smentirebbe l’idea di una guerra sotto controllo a sei settimane dal voto. Nella stessa intervista si è detto disposto a incontrare il presidente iraniano Masoud Pezeshkian all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Finché le navi americane passano dallo stretto, per Carelli, non ci sarà alcuna azione nell’area. Le cose potrebbero cambiare se si interrompesse davvero il flusso di petrolio da Bab el-Mandeb.

### Petrolio, inflazione e il rialzo della Federal Reserve

Con la chiusura dell’oleodotto Est-Ovest l’Arabia Saudita ha avvertito i clienti che non riuscirà a garantire le consegne di ottobre. Il Brent è intorno ai 107 dollari al barile, il 76% in più rispetto a gennaio. Negli Stati Uniti il gasolio, il carburante dei trasportatori, ha toccato il [record](https://focusamerica.it/la-crisi-del-diesel-arriva-negli-stati-uniti/) di oltre 6,2 dollari al gallone. Ad agosto l’inflazione è stata del 3,4%. Quanta di questa inflazione dipende dalla guerra?

Impossibile dare percentuali, ha risposto Chiacchio, ma i problemi c’erano già prima. I dazi universali del 10% sulle importazioni avevano alzato il costo degli input per l’economia. La stretta sull’immigrazione, qualificata e non, aveva spinto verso l’alto il costo del lavoro. La guerra ha dato il colpo finale e ha smontato l’idea di un’America autosufficiente grazie al fracking: il petrolio di scisto viene in buona parte esportato, mentre le raffinerie costiere sono costruite per il greggio pesante, che gli Stati Uniti continuano a importare soprattutto da Canada e Messico. In un Paese con pochissimi treni e trasporti pubblici, dove quasi tutti si spostano in auto, il rincaro dei carburanti è devastante. Per Chiacchio è la guerra più impopolare di sempre e agli americani sta [costando](https://focusamerica.it/la-guerra-con-liran-sta-gia-costando-cara-ai-cittadini-americani/) molti dollari in più alla pompa.

Mercoledì la Federal Reserve ha [alzato](https://focusamerica.it/la-fed-alza-i-tassi-di-un-quarto-di-punto/) all’unanimità i tassi di un quarto di punto, portandoli tra il 3,75% e il 4%. La maggior parte dei funzionari prevede un altro aumento entro fine anno. Può un rialzo così piccolo curare un’inflazione che nasce dall’offerta e non dalla domanda? Chiacchio ha i suoi dubbi, perché la stagflazione degli anni ’70 fu chiusa da aumenti ben più forti, il cosiddetto shock di Paul Volcker. La decisione però è positiva per un’altra ragione. È stata l’indipendenza della Fed, sancita dal Banking Act voluto da Franklin Delano Roosevelt, a permettere agli Stati Uniti di finanziare il loro debito con rendimenti bassi: gli investitori sanno che, se le cose vanno male, la Fed alza i tassi e difende il dollaro. Il rialzo non risolve il problema strutturale, ma mostra che i tentativi di Trump di ripoliticizzare la banca centrale, sulla scia di Lyndon Johnson e Richard Nixon, per ora non funzionano.

Il presidente della Fed, Kevin Warsh, lo ha [scelto](https://focusamerica.it/la-fed-verso-un-rialzo-dei-tassi-warsh-stretto-tra-trump-e-il-mercato-dei-titoli-di-stato/) Trump, dopo una guerra aperta con Jerome Powell proprio sui tassi. Alla sua terza riunione li ha alzati. La Casa Bianca ha parlato di una decisione “infelice”, senza attaccare Warsh direttamente. Per Carelli tutta la battaglia contro Powell è stata inutile. Warsh, che ha lavorato alla Fed durante la crisi del 2008 e prima nell’amministrazione di George W. Bush, è sempre stato molto attento all’inflazione e alla spesa pubblica. Non è il tipo da abbassare i tassi per ragioni politiche, cioè per le ragioni per cui Trump li chiede. Carelli lo ha paragonato ad Amy Coney Barrett: un conservatore allineato a Trump su molti temi, ma intellettualmente indipendente quando si tratta di andargli contro. A giugno la Corte Suprema ha impedito a Trump di licenziare la governatrice della Fed Lisa Cook e, secondo Carelli, non cambierebbe idea se il presidente ci riprovasse. In caso di una grave crisi politica, però, Carelli non esclude che Trump tenti il tutto per tutto con Warsh, fino allo scontro con la Corte.

### I sondaggi: l’approvazione di Trump e un Senato difficile da decifrare

Gli elettori credono a Trump quando promette che la guerra finirà presto e i prezzi dei carburanti torneranno quelli di prima? I numeri dicono di no. Nei dati [pubblicati](https://focusamerica.it/popolarita-trump-nessuna-svolta-la-disapprovazione-si-avvicina-al-60-20-settembre/) poche ore prima della diretta la disapprovazione nella nostra [media](https://focusamerica.it/approvazione-donald-trump/) è al 59,5%, il valore più alto del mandato, con l’approvazione al 38,5% e un net rating di -21\. Per Cocuzzi la convention di Dallas non ha avuto alcun effetto, segno che le promesse fatte lì non hanno convinto. Nel generic ballot i democratici restano avanti di circa sette punti.

Il quadro degli Stati però è confuso, con molti sondaggi strani sul Senato. Alcuni rimettono in gioco Stati che fino a poco fa nessuno considerava. In Kansas Emerson dà il democratico Adam Hamilton avanti di due punti sul senatore Roger Marshall. In Florida un sondaggio vede la repubblicana Ashley Moody e la democratica Angie Nixon [appaiate](https://focusamerica.it/dai-sondaggi-arrivano-segnali-dallarme-per-i-repubblicani-in-florida-kansas-e-texas/) al 45%. In Nebraska SurveyUSA dà l’indipendente Dan Osborn avanti di quattro punti su Pete Ricketts. Ha fatto discutere un sondaggio in Alaska con la democratica Mary Peltola avanti di sei punti su Dan Sullivan, che Cocuzzi invita a prendere con le pinze. In Texas nessun sondaggio dà più avanti il repubblicano Ken Paxton, mentre in South Carolina InsiderAdvantage, un istituto vicino ai repubblicani, vede la senatrice Darline Graham avanti di soli due punti. A inizio campagna le sorprese possibili erano l’Ohio e l’Iowa, ora si parla di Kansas e Nebraska.

Ci sono però anche sondaggi in senso opposto. In New Hampshire il repubblicano John E. Sununu è quasi alla pari con il democratico Chris Pappas. In Minnesota SurveyUSA dà la democratica Peggy Flanagan in parità con la repubblicana Michele Tafoya, anche se gli altri tre sondaggi del mese la vedono avanti da uno a quattro punti. Difficile capire come Nebraska e Kansas possano essere aperti mentre New Hampshire e Minnesota si stringono. Cocuzzi ha ricordato che nelle elezioni di metà mandato non è raro vedere seggi passare di mano contro la geografia politica: in Kansas, nel 2018, anno simile a questo, i democratici vinsero la corsa per il governatore.

Stanizzi, che con la rubrica The 51st intervista osservatori americani e italiani, ha spiegato che una guerra entra nella conversazione degli americani quando smette di essere politica estera e arriva nel portafoglio. Lo hanno confermato anche le interviste a Kyle Kondik e Larry Sabato, che vivono e votano negli Stati Uniti. Trump aveva promesso di riportare sotto controllo prezzi, tassi ed energia. Invece la guerra è diventata anche una questione economica interna. Gli americani non voteranno pensando a Teheran, perché la politica estera è sempre in fondo alle loro priorità, ma a quanto Teheran è costata alle loro tasche.

Carelli, che ha lavorato al Senato americano, vede alcuni repubblicani iniziare a smarcarsi dal presidente. In Iowa, uno Stato che Trump ha vinto con ampio margine, Ashley Hinson parla di bipartisanship negli spot e sui social, una scelta rara per una candidata repubblicana in uno Stato del genere. In Ohio il senatore Jon Husted si presenta come un moderato e un outsider e tratta l’ex senatore Sherrod Brown come se l’uscente fosse lui. Nell’ultimo spot ricorda che Brown faceva già politica quando lui aveva sette anni.

### La sessione finale di Q&A

I democratici possono davvero vincere in Stati repubblicani come Idaho, Kansas, South Carolina, Mississippi o Nebraska? Stanizzi ha premesso di non avere doti divinatorie. Vedere quegli Stati in bilico per molti istituti significa due cose. O questa volta Trump prende la batosta che, dopo aver personalizzato le elezioni di metà mandato, secondo Stanizzi si merita, oppure la sera del 3 novembre i democratici dovranno di nuovo andare in televisione a fare mea culpa. Una possibilità c’è, perché sono sfide uno contro uno. Angrisani ha aggiunto che nel nostro [modello](https://focusamerica.it/midterm-2026/) l’Alaska, il Texas e l’Ohio sono ormai leggermente favorevoli ai democratici, mentre il Michigan e il Maine restano testa a testa.

Una domanda provocatoria è arrivata per Cocuzzi, che due anni fa festeggiava la vittoria di Trump. Cocuzzi non è contrario a una politica estera aggressiva, perché una superpotenza deve cercare di evitare il declino invece di accompagnarlo. Ha citato l’operazione in Venezuela e l’[accordo](https://focusamerica.it/trump-annuncia-un-accordo-sulla-groenlandia-ma-per-la-danimarca-la-sovranita-resta-intatta/) sulla Groenlandia. Le ombre però sono molte: l’Ucraina, la gestione dell’ICE sfuggita di mano, le sparate inutili, le tensioni con un alleato come l’Unione europea. Soprattutto c’è uno scollamento con l’elettorato: la politica estera appassiona lui e Carelli, ma alla base di Trump interessa poco.

Se il Senato finisse 51 a 49 per i democratici, John Fetterman potrebbe cambiare partito e consegnare la maggioranza ai repubblicani? Prevedere Fetterman è come prevedere come si sveglierà domani Trump, ha risposto Carelli. Al senatore della Pennsylvania piace fare da spina nel fianco del partito, ma senza lasciarlo. Davanti alla minaccia di una sfida alle primarie o a uno spostamento del partito ancora più a sinistra diventerebbe più probabilmente un indipendente, come Kyrsten Sinema e Joe Manchin negli ultimi anni. Fetterman vota con i democratici circa l’80% delle volte.

Come fanno gli elettori a votare ancora per il partito del presidente con la benzina a questi prezzi? Fonda ha ribaltato la domanda: come hanno fatto a votare di nuovo Trump dopo il 6 gennaio 2021, un tentativo di colpo di Stato trasmesso in mondovisione? Oggi, negli Stati Uniti come in Europa, fatti gravissimi vengono ignorati o sminuiti. Ora che le scelte dell’amministrazione pesano anche sugli elettori repubblicani, alcuni sembrano tirare i remi in barca, ma per Fonda ci dovevano pensare prima. Una domanda più leggera ha riguardato l’indice delle pizzerie vicino al Pentagono, i cui picchi di ordini, secondo Fonda, avevano anticipato a inizio anno l’attacco all’Iran. Per ora, ha osservato Angrisani, i numeri sono vicini alla normalità.

Anche per Chiacchio questa non è una tornata semplice per i democratici, nonostante il clima favorevole. Per decenni gli americani hanno votato più il candidato che il partito: i democratici hanno dominato il Congresso da Roosevelt fino al 1994, mentre molti loro elettori sceglievano presidenti repubblicani. Oggi negli Stati Uniti ci sono due blocchi sempre più solidi e contrapposti. Si può passare ore a spiegare a un elettore repubblicano che la guerra va male e la benzina costa troppo, ma se pensa che Trump sia un grande presidente non cambierà idea.

Contano davvero i sondaggi di inizio novembre e non quelli di metà settembre? Per Angrisani quelli di settembre sono stati storicamente abbastanza attendibili. Cocuzzi ha aggiunto che molti sondaggi misurano ancora gli elettori registrati e con l’avvicinarsi del voto passeranno agli elettori probabili, pesati anche sul voto anticipato. Sul 2028, infine, Cocuzzi pensa che il candidato repubblicano sarà JD Vance, con primarie scontate.

La prossima intervista di The 51st esce martedì: Stanizzi parlerà con Iacopo Luzi, corrispondente dalla Casa Bianca per Sky TG24, Adnkronos e La Stampa, anche della decisione di Trump di [escludere](https://focusamerica.it/trump-bandisce-dalla-casa-bianca-cnn-ms-now-e-politico/) dalla Casa Bianca i giornalisti di CNN, MS NOW e Politico.

Chi non ha seguito la diretta può [rivederla](https://focusamerica.it/diretta-youtube-come-trump-ha-perso-la-guerra-in-iran/) sul nostro sito. Il prossimo appuntamento è domenica alle 21.