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# Cancellato: «Meloni non influenza Trump. È la testa di ponte del suo disegno geopolitico sull’Europa»
- URL: https://focusamerica.it/cancellato-meloni-non-influenza-trump-e-la-testa-di-ponte-del-suo-disegno-geopolitico-sulleuropa/
- Published: 2026-11-03T12:30:00.000Z
- Updated: 2026-11-03T12:30:00.000Z
- Description: La nuova conversazione di The 51st è con Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it. Nel giorno delle elezioni americane di metà mandato, parliamo del rapporto tra Trump e Meloni, delle destre sulle due sponde dell’Atlantico, del futuro dei Democratici e delle minacce alla libertà di stampa.
- Author: Salvatore Stanizzi
- Tags: The 51st, #ig-pubblicato

C'è un modo piuttosto semplice di raccontare il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump: due leader politicamente vicini, un'amicizia coltivata attraverso incontri e dichiarazioni pubbliche, la possibilità per l'Italia di diventare un interlocutore privilegiato tra Washington e Bruxelles. È una ricostruzione che abbiamo ascoltato molte volte, soprattutto da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. Ma esiste anche una domanda meno rassicurante: siamo sicuri che sia Meloni a influenzare Trump e non, piuttosto, il contrario? 

Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it, non ha molti dubbi; «Meloni non influenza Trump. Meloni è usata da Trump come testa di ponte del suo disegno geopolitico sull'Europa». La risposta arriva quasi senza preamboli, quando gli chiediamo quanto conti davvero la vicinanza tra la presidente del Consiglio e il presidente americano. Ed è probabilmente il punto dal quale partire per raccontare questa nuova conversazione di The 51st, perché dietro il rapporto tra due leader si nasconde una questione che riguarda il posto dell'Italia in Europa, il futuro delle relazioni transatlantiche e il modo in cui le nuove destre stanno costruendo rapporti politici che attraversano i confini nazionali.

Cancellato è un giornalista che da anni si occupa di politica, società e trasformazioni del potere. Alla guida di Fanpage.it, ha raccontato le nuove destre europee, le loro connessioni culturali e i cambiamenti del dibattito pubblico, confrontandosi anche personalmente con il tema della libertà di informazione attraverso la vicenda dello spyware Paragon. È una prospettiva che rende particolarmente interessante il suo sguardo sugli Stati Uniti, perché nella nostra conversazione l'America non è soltanto quella delle elezioni, dei partiti e della Casa Bianca, ma anche quella delle grandi piattaforme tecnologiche, delle disuguaglianze e di un giornalismo che, secondo Cancellato, si trova davanti a rischi sempre più seri.

L'appuntamento arriva in una giornata particolare. Oggi, 3 novembre, gli americani votano per le elezioni di metà mandato, il primo grande test elettorale della seconda presidenza Trump. Si rinnova l'intera Camera dei Rappresentanti e una parte del Senato, mentre il risultato contribuirà a determinare gli equilibri tra la Casa Bianca e il Congresso nei prossimi due anni. Cancellato individua nell'economia una delle principali difficoltà politiche del presidente e osserva con attenzione un Partito Democratico che considera più giovane, più eterogeneo e più radicale rispetto al passato. Ma il suo sguardo si spinge già oltre il voto di oggi, verso la successione a Trump e la capacità dei Democratici di costruire un'alternativa destinata a durare.

C'è poi il rapporto con l'Europa, che attraversa buona parte dell'intervista. Cancellato descrive due destre, quella americana e quella europea, che condividono posizioni su immigrazione, diritti e questioni culturali e che, nella sua interpretazione, sono collegate anche attraverso una rete di fondazioni e organizzazioni. Una convergenza che non cancella necessariamente le differenze tra gli interessi nazionali, ma che aiuta a comprendere perché il movimento MAGA sia diventato un riferimento politico ben oltre gli Stati Uniti.

E infine c'è l'informazione. Quando gli chiediamo se il giornalismo possa ancora controllare il potere in un contesto dominato dalla sfiducia nei media tradizionali e dall'influenza delle piattaforme, Cancellato risponde con una preoccupazione che non prova a nascondere. Parla del rapporto tra Trump e Musk, delle pressioni sui giornalisti e del coraggio di chi continua a difendere la propria autonomia. È una delle risposte più significative dell'intervista, perché sposta la discussione dal futuro di un presidente a quello di una funzione essenziale per qualsiasi democrazia.

La nuova conversazione di The 51st parte da qui, da un'America che continua a produrre innovazione e ricchezza mentre convive con disuguaglianze profonde, e arriva fino a un Paese che Cancellato conosce anche attraverso i libri, i luoghi ancora da visitare e le esperienze sociali che raramente trovano spazio nel racconto europeo degli Stati Uniti.

Dieci domande a Francesco Cancellato. La prima parte da una contraddizione. L'ultima, ancora una volta, dall'America che da questa parte dell'Atlantico continuiamo forse a non vedere.

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**1\. Se dovessi spiegare l’America di oggi attraverso una sola contraddizione, quale sceglieresti?**

“Che è un Paese sulla frontiera dello sviluppo scientifico e tecnologico, che sta conoscendo una fase di clamorosa degradazione da un punto di vista politico e sociale. Il cui cuore pulsante non a caso è San Francisco, in cui convivono un altissimo numero di milionari e di senzatetto”.

**2\. Giorgia Meloni ha costruito un rapporto politico privilegiato con Donald Trump, al netto di un periodo di tensioni, cercando di presentarsi come un ponte tra Washington e Bruxelles. Ma quanto conta davvero questa vicinanza quando gli interessi americani entrano in conflitto con quelli europei? Meloni è una figura capace di influenzare le decisioni della Casa Bianca oppure il suo rapporto con Trump rischia di trasformarsi in una relazione politicamente sbilanciata, nella quale è soprattutto l'Italia ad adattarsi alle priorità americane?**

“La seconda che hai detto. Meloni non influenza Trump. Meloni è usata da Trump come testa di ponte del suo disegno geopolitico sull’Europa”.

**3\. Trump considera l'Unione Europea un concorrente economico e politico, mentre Meloni rivendica contemporaneamente la propria appartenenza al progetto europeo e la sintonia con il presidente americano. Non c'è una contraddizione di fondo in questa posizione? E soprattutto, quando Washington e Bruxelles si trovano su fronti opposti, da quale parte si colloca realmente il governo italiano?**

“Quasi nel mezzo. Quasi, perché dove il gioco si è fatto teso, Giorgia Meloni ha sempre assunto posizioni simili a quelle americane: contraria a rispondere con altri dazi ai dazi di Trump, unico Paese dell’Europa Occidentale nel Board of Peace, seppur da osservatore, per dirne due. Non è un caso che l’unica volta in cui si è permessa di dissentire con Trump si è trovata a dover subire i violenti attacchi del presidente americano”.

![](https://focusamerica.it/content/images/2026/11/54459225397_1c3260d1f0_k.jpg)

[Daniel Torok, White House, 2025, Flickr, Opera del governo USA](https://www.flickr.com/photos/whitehouse/54459225397/?ref=focusamerica.it)

**4\. Nel tuo lavoro hai raccontato l'ascesa delle nuove destre europee, le loro radici culturali e la capacità di trasformare il malcontento in consenso politico. Oggi il movimento MAGA rappresenta un riferimento per molte di queste forze, ma il nazionalismo di Trump sembra difficilmente conciliabile con quello dei suoi alleati europei, soprattutto quando si parla di commercio, industria e interessi economici. Esiste davvero un progetto politico comune tra la destra americana e quella europea oppure questa alleanza funziona soltanto finché non deve confrontarsi con le contraddizioni del potere?**

“Sono due destre che si parlano molto. Sono entrambe contro i diritti sessuali e riproduttivi, entrambe con una forte componente confessionale, entrambe negazioniste climatiche, seppur con diverse sfumature, entrambe con posizioni molto restrittive nelle politiche migratorie. Non è solo un caso, c’è un sottobosco di fondazioni, associazioni, organizzazioni che fanno da tessuto connettivo tra le due sponde dell’Oceano Atlantico e con la Russia”.

**5\. Oggi gli Stati Uniti votano per le elezioni di metà mandato, il primo grande test elettorale della seconda presidenza Trump. Qual è il vero significato politico di questo appuntamento? Gli americani stanno giudicando soprattutto le condizioni economiche, il costo della vita e l'immigrazione oppure il voto rappresenta anche un giudizio sul modo in cui Trump esercita il potere e sulla direzione che sta imprimendo alla democrazia americana?**

“Trump lo conoscevamo già, e già sapevano, votandolo, che la democrazia americana avrebbe passato guai. Ciò che sta facendo la differenza sono le condizioni dell’economia americana: è lì che le promesse di Trump non si sono avverate, soprattutto. Ed è quello il principale motivo del vantaggio democratico alle midterm”.

**6\. I Democratici affrontano queste midterm dopo anni nei quali Donald Trump ha continuato a occupare il centro della scena politica, imponendo temi, linguaggio e priorità del confronto pubblico. Il partito riesce oggi a proporre un'alternativa politica riconoscibile, capace di parlare anche agli elettori che hanno scelto Trump, oppure continua a dipendere dalla mobilitazione contro il presidente? E quale ruolo possono avere gli elettori indipendenti nel determinare gli equilibri del nuovo Congresso?**

“Belle domande. I dem hanno cambiato tanto il loro personale politico, in questa prima parte della seconda era Trump. È un partito più radicale, più eterogeneo da un punto di vista etnico e religioso e più giovane. Quanto questo basterà per battere il candidato che succederà a Trump – non oggi, tra due anni – è la vera questione aperta che ci aspetta nei prossimi anni”.

**7\. In Europa molti osservano le midterm nella speranza che un eventuale indebolimento dei Repubblicani al Congresso possa ridimensionare l'agenda di Trump. Ma le trasformazioni della politica estera americana, dal protezionismo alla richiesta di maggiori investimenti europei nella difesa, sembrano andare ben oltre la sua figura. Non rischiamo di sopravvalutare l'importanza di queste elezioni per il futuro del rapporto transatlantico, continuando a immaginare che il ritorno a un'America più vicina all'Europa dipenda semplicemente da una vittoria dei Democratici?**

“No, credo che i democratici possano aiutare gli Stati Uniti a tornare indietro rispetto alle vie di fuga di Trump. Semmai il vero problema è quanto Trump farà ostruzione al Congresso democratico, se mai sarà. Già ha detto che sarà Mister Veto. Partirei da qui per preoccuparmi”.

**8\. Donald Trump ha trasformato il rapporto con i media in uno scontro permanente, delegittimando le testate critiche e presentando il giornalismo indipendente come parte di un sistema ostile alla volontà popolare. Ma il problema sembra andare oltre la figura del presidente: una parte crescente dell'opinione pubblica americana non si fida più dell'informazione tradizionale e cerca risposte in un ecosistema dominato da piattaforme, influencer e narrazioni alternative. Da direttore di Fanpage, quanto ti preoccupa questa trasformazione? E il giornalismo può ancora esercitare una funzione di controllo sul potere quando una parte dei cittadini considera qualsiasi inchiesta scomoda una forma di propaganda politica?**

“Mi preoccupa tantissimo. Il legame tra l’autoritarismo di Trump e l’anarco-capitalismo di Musk&Co rischia di avere un effetto mortale sui media. Però le giornaliste e i giornalisti americani stanno rispondendo con tanto coraggio, affermando quando possono la loro libertà e la loro autonomia, nonostante tutte le intimidazioni. Dovesse crollare la frontiera giornalistica sì che sarebbero davvero guai”.

**9\. Da giornalista hai raccontato la politica, i suoi protagonisti e le trasformazioni delle nostre società, ma vorrei chiederti di mettere per un momento da parte l'analisi e lasciare spazio alla dimensione più personale. Qual è la tua America personale? C’è un luogo, una persona, un’esperienza o un ricordo che rappresenta per te questo Paese al di là delle analisi e delle dinamiche di potere?**

“L’America che ho più nel cuore è quella che ho letto nei libri più che quella che ho visitato. Ci sono dei posti che mi manca non aver visto, soprattutto nel Midwest e negli stati del Sud. Prima o poi…”.

**10\. Qual è l’America che dall’Europa non riusciamo ancora a vedere?**

“L’America dell’affordability e dell’innovazione sociale che si sta sviluppando in città come New York”.

È curioso che, dopo aver attraversato il rapporto tra Trump e Meloni, le elezioni di metà mandato, le nuove destre e le minacce alla libertà di stampa, Francesco Cancellato scelga di chiudere la conversazione parlando di qualcosa che raramente occupa le prime pagine dei giornali europei: le esperienze di innovazione sociale che stanno prendendo forma nelle città americane e i tentativi di rendere più accessibile una vita quotidiana diventata sempre più costosa.

Forse è una risposta meno sorprendente di quanto sembri. Perché l'America raccontata da Cancellato è un Paese nel quale le contraddizioni convivono continuamente, senza necessariamente risolversi: San Francisco può essere contemporaneamente una capitale dell'innovazione tecnologica e un luogo di disuguaglianze profonde, mentre New York può diventare uno spazio nel quale cercare risposte nuove a problemi che la politica nazionale fatica ad affrontare.

Oggi gli americani votano e, inevitabilmente, gran parte dell'attenzione sarà rivolta a Trump, ai Democratici e ai nuovi equilibri del Congresso. Ma l'America non smetterà di cambiare quando i seggi chiuderanno e le mappe elettorali avranno assunto i loro colori definitivi.

Cancellato ci lascia anche un'immagine personale, quella di un'America conosciuta soprattutto attraverso i libri, con il Midwest e gli Stati del Sud ancora da scoprire. «Prima o poi…», dice. Due parole che, in fondo, raccontano qualcosa dello spirito di questa rubrica: si può studiare un Paese, seguirne le elezioni e discuterne ogni giorno, senza per questo aver finito di conoscerlo.

Forse il problema non è che dall'Europa guardiamo troppo gli Stati Uniti. È che, molto spesso, continuiamo a guardare soltanto dove sappiamo già che troveremo qualcosa.